
Contro i teppisti travestiti da manifestanti e contro chi li giustifica dal divano
C’è una confusione grave, voluta e colpevole, che da anni avvelena il dibattito pubblico:
quella tra protesta e teppismo.
E sulle Olimpiadi questa confusione ha superato ogni limite.
Perché manifestare contro i Giochi Olimpici non è una critica politica:
è un atto di ostilità verso un bene collettivo che appartiene al mondo intero.
E quando quella “manifestazione” diventa devastazione, intimidazione, sabotaggio, allora non siamo più nemmeno nel campo delle idee. Siamo nel vandalismo puro.
Le Olimpiadi non sono un’opinione
Le Olimpiadi non sono:
- un capriccio di un sindaco
- un’opera privata
- una fiera di paese
Sono un evento sovranazionale, simbolico, storico, culturale.
Rappresentano tregua, incontro, competizione regolata, rispetto delle regole.
Discutere come organizzarle è legittimo.
Distruggerle per principio è un atto ostile verso la collettività.
Manifestare contro le Olimpiadi è come sparare contro la Croce Rossa:
non stai colpendo il potere, stai colpendo ciò che dovrebbe restare neutrale, comune, intoccabile.
Quando la protesta spacca, brucia, minaccia
Chi:
- assalta cantieri
- danneggia infrastrutture
- blocca lavoratori
- intimidisce cittadini
non sta “difendendo il territorio”.
Sta imponendo la propria ideologia con la forza.
E questo, in qualunque Stato di diritto, ha un nome solo: teppismo.
Il problema non è l’ordine pubblico.
Il problema è morale.
Perché chi distrugge beni comuni mentre dice di farlo “per il bene comune” sta mentendo, prima di tutto, a sé stesso.
I veri irresponsabili: i giustificatori
Ma c’è una categoria ancora più ipocrita dei teppisti:
chi li giustifica.
Quelli che:
- parlano di “rabbia comprensibile”
- invocano “il disagio”
- minimizzano la violenza
- trasformano ogni devastazione in “gesto simbolico”
Sono i complici eleganti del caos.
Quelli che non spaccano vetrine, ma spaccano le parole.
Che non lanciano pietre, ma svuotano il concetto di legalità.
Dal loro divano, con il telefono in mano, decidono che distruggere è accettabile, purché lo faccia qualcun altro.
Democrazia non è ricatto
Le Olimpiadi vengono assegnate con procedure ufficiali.
I progetti vengono deliberati.
I finanziamenti passano da atti pubblici.
Se una minoranza non è d’accordo, ha tutti gli strumenti democratici per opporsi:
- tribunali
- referendum
- controllo degli appalti
- dibattito pubblico
Quello che non ha è il diritto di paralizzare un Paese a colpi di violenza.
Altrimenti non è dissenso.
È ricatto.
Conclusione: chiamare le cose col loro nome
Non tutto ciò che si definisce “movimento” lo è.
Non tutto ciò che si dice “ambientalista” lo diventa automaticamente.
Non tutto ciò che grida “diritti” li rispetta.
Chi distrugge è un teppista.
Chi lo giustifica è corresponsabile.
Chi tace per paura è parte del problema.
Le Olimpiadi si possono discutere.
Gli sprechi si devono controllare.
Gli appalti si devono vigilare.
Ma la violenza non si ascolta.
Si isola.
Si reprime.
Si punisce.
Perché uno Stato che tratta i teppisti come interlocutori
smette di essere uno Stato
e diventa un bersaglio.

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