Storia romanzata dell’emigrazione… ma non troppo

CAPITOLO 17 — Io sono Franz
La mattina seguente, alle 6.30 precise, Antonio era davanti alla stazione.
Faceva ancora buio.
L’aria pizzicava il viso e il silenzio aveva quell’odore di ferro freddo che precede il giorno.
Stava aspettando il responsabile della stalla.
Aspettò pochissimo.
Una macchina si fermò vicino al marciapiede.
Il finestrino si abbassò.
«Sali.»
Antonio non fece domande.
Aprì la portiera e salì.
Partirono subito.
La strada correva tra neve sporca e muri scuri.
Antonio guardava fuori, cercando di immaginare dove stessero andando.
Pensava a una stalla piccola.
Dieci, forse venti muli.
Qualcosa di nascosto, sotto la galleria, come gli avevano detto.
Invece la macchina prese un’altra direzione.
Quando arrivarono, Antonio capì subito che si era sbagliato.
Non era una stalla qualunque.
Era la stalla principale.
Un edificio grande, solido, vivo.
Appena scese dalla macchina, l’odore lo colpì: fieno, animale, vapore caldo che saliva nell’aria fredda.
Antonio restò un attimo fermo.
Non ne aveva mai vista una così.
C’erano animali ovunque.
Muli, cavalli, bestie da lavoro che riempivano lo spazio con il respiro, i movimenti, i rumori sordi degli zoccoli sul pavimento.
Entrarono.
Antonio salutava con un cenno gli operai che incontrava.
Uomini chini, concentrati, che accudivano gli animali con gesti rapidi.
Erano stranieri.
Questo lo capì subito.
Ma non seppe dire da dove venissero.
Parlavano poco.
E quando parlavano, le parole si mescolavano, senza una lingua precisa.
Si limitavano a lavorare.
Il responsabile camminava davanti, senza voltarsi.
Attraversarono la stalla principale e arrivarono in un ambiente più raccolto:
la stalla dove si ferravano gli animali.
Lì l’aria era diversa.
Più tesa.
Il capo si fermò e disse a un operaio qualcosa che Antonio non capì del tutto.
Indicò un mulo.
«Portalo dentro.»
L’animale venne condotto nella stalla.
Il responsabile si voltò verso Antonio.
«Guarda» disse.
«Così lavorano loro.»
Antonio si mise di lato.
Non disse nulla.
Osservò.
L’operaio cominciò a togliere il ferro.
Ci mise tempo.
Troppo.
Antonio se ne accorse subito.
I gesti erano incerti.
Lenti.
Il mulo si muoveva, infastidito.
Scalpitava, tirava la gamba.
Non era cattivo.
Era nervoso.
Non erano abituati ad animali da alta montagna.
Si vedeva.
Il ferro venne tolto.
Poi rimesso.
Male, all’inizio.
Poi corretto.
Alla fine il ferro fu fissato.
L’animale si calmò, ma solo perché aveva smesso di lottare.
Antonio non disse nulla.
Ma dentro aveva già capito tutto.
Il responsabile lo guardò.
Poi disse:
«Ok.
Adesso tocca a te.»
Antonio alzò gli occhi.
Fece un passo avanti.
E in quel momento capì che non lo avevano portato lì per guardare.
Lo avevano portato lì per metterlo alla prova.

Antonio si mise all’opera.
Non andò subito agli attrezzi.
Andò dal mulo.
Come sapeva fare lui.
Gli si avvicinò piano, senza invaderlo.
Gli appoggiò una mano sul collo, poi sul muso.
Lo guardò negli occhi.
Restò così un momento.
Poi cominciò a parlargli, piano, vicino all’orecchio.
Parole semplici, dette senza fretta.
Non importava cosa dicesse.
Importava come.
Il mulo smise di muoversi.
Antonio tornò ad accarezzarlo, con gesti lenti, sicuri.
Solo allora si avvicinò alla zampa.
Il mulo la alzò da solo.
Senza innervosirsi.
Tranquillo.
Antonio guardò bene lo zoccolo.
Con attenzione.
Come se stesse leggendo qualcosa che conosceva da sempre.
Poi prese gli attrezzi.
Tolse il ferro con decisione, senza forzare.
Ogni gesto era preciso, naturale.
Il responsabile e l’operaio si scambiarono uno sguardo.
Non dissero nulla.
Guardavano.
Antonio si rialzò, andò dal responsabile e disse con calma:
«Il ferro va bene… ma ha bisogno di una piccolissima modifica.»
Indicò un punto.
«Così com’è, qui, non lavora giusto.
Bisogna andare alla forgia.»
L’operaio fece subito un passo avanti.
Si mise a disposizione.
Antonio annuì.

Alla forgia, le mani tornarono a fare quello che sapevano fare.
Il ferro sul fuoco.
Il colore che cambiava.
Il martello che batteva.
Non ci mise molto.
Raffreddava il ferro.
Tornava dal mulo.
Misurava.
Poi di nuovo alla forgia.
Una volta.
Due volte.
Ogni passaggio era controllato.
Quando fu soddisfatto, tornò dall’animale.
Il mulo era ancora lì.
Fermo.
Presente.
Antonio parlò di nuovo vicino all’orecchio.
Una carezza.
Poi lavorò.
Il ferro entrò al posto giusto.
Antonio si rialzò e spiegò al responsabile, senza vantarsi:
«Così il carico si distribuisce meglio.
Lo zoccolo lavora diritto.
E l’animale non si affatica.»
Il responsabile annuì piano.
Antonio aggiunse:
«Adesso bisogna controllare anche gli altri ferri.
E guardare bene gli zoccoli.»
Il responsabile fece cenno di sì.
Antonio continuò
Zampa dopo zampa.
Sempre con calma.
Sempre allo stesso modo.
Ogni volta, prima di riprendere gli attrezzi, Antonio tornava a parlare all’orecchio.
Ogni volta una carezza.
Ogni volta l’animale restava tranquillo.
Quando finì, Antonio accarezzò di nuovo il mulo.
Una mano sul collo, una sul muso.
Poi disse, piano:
«Adesso è a posto.
Può camminare benissimo.»
Si rialzò e guardò il responsabile.
«Adesso sta a lei vedere se il lavoro è fatto bene.
Se lo è, bisogna fare lo stesso con tutti i muli che lavorano in montagna.»
Fece una breve pausa.
«Quelli che lavorano la terra, invece, è un’altra storia.»
Il responsabile era più che soddisfatto.
Non lo disse subito, ma si vedeva.
Anche l’operaio, nella sua lingua, fece dei complimenti.
Parole brevi, accompagnate da un cenno della testa.
Rispetto vero.
Il capo si voltò verso Antonio.
«Adesso andiamo» disse.
«Parliamo un po’.»
Si salutarono.
Salirono di nuovo in macchina e ripresero la strada verso il paese.
Durante il tragitto non parlarono molto.
Antonio guardava fuori dal finestrino.
Il responsabile guidava in silenzio, come uno che sta mettendo ordine nei pensieri.
Arrivati in paese, però, non tornarono subito indietro.
Si fermarono davanti a un bar.
Entrarono.
Presero qualcosa di caldo.
Un caffè, un bicchiere.
Il rumore delle tazze, qualche voce bassa, la vita che continuava come sempre.
Il responsabile bevve un sorso, poi guardò Antonio.
«Io ti farei una proposta» disse, senza giri di parole.
Antonio alzò lo sguardo.
«Se tu sei d’accordo, io ti vorrei alla stalla.
A lavorare con noi.»
Antonio restò in silenzio.
Il capo continuò:
«Per la galleria non ti preoccupare.
Parlo io.
Sistemo tutto io, senza problemi.»
Non era una promessa buttata lì.
Era una cosa detta da uno che sapeva di poterla mantenere.
Antonio abbassò gli occhi sul bicchiere.
Non rispose subito.
Antonio ascoltò fino in fondo.
Poi parlò con calma, senza esitazioni.
«Per me va bene» disse.
«Ma non voglio problemi con la galleria.
Io lì lavoro.
E voglio restare in buoni rapporti.»
Non era una richiesta.
Era una posizione.
Il capo lo guardò un attimo più a lungo.
Poi sorrise appena.
«Antonio» disse, «da adesso chiamami Franz.»
Fece un gesto con la mano, come a togliere distanza.
«E non ti devi preoccupare di niente.
Parlo io.
Sistema tutto io.»
Poi aggiunse, con tono sincero:
«Sono rimasto veramente contento del tuo lavoro.
E nonostante la tua giovane età…»
Scosse la testa piano.
«Si vede che sai quello che fai.»
Antonio abbassò lo sguardo.
Non per modestia.
Per rispetto.
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