📚 XVIII Episodio Valigie di cartone

Il primo abbraccio

Antonio tornò a casa con un passo diverso.

Non correva.
Non aveva fretta.

Ma dentro sentiva una leggerezza che non conosceva.

La galleria era finita.
O meglio: stava per finire.

E questo bastava.

A casa mangiò un pezzetto di pane.
Nulla di più.
Solo per sentire qualcosa nello stomaco.

Si diede una ripulita, come poté.
Si lavò il viso, le mani.
Si cambiò la camicia.

Guardò l’orologio.
Mancavano un paio d’ore al ritorno dello zio.

E allora gli venne un pensiero semplice, naturale:

condividere quella gioia.

Uscì di nuovo e andò da Vito.

Fu proprio Vito ad aprire la porta.

«Antonio?
Che fai qui?
È successo qualcosa?»

Antonio fece appena in tempo a sorridere.

«Ma dai, entra» disse Vito.
«Non stare lì impalato.»

Poi chiamò verso l’interno:

«Vieni, c’è Antonio.»

Antonio alzò subito le mani.

«No, no… non è successo niente.
Anzi.
C’è una bella notizia.»

Vito lo guardò meglio.

«Ah sì?»
Poi, come faceva sempre:
«Allora aspetta che prendo un bicchiere di vino.»

Si voltò verso la moglie per dire prendi la bottiglia.

«Hai fame, Antonio?»

Antonio fece un cenno di sì.

La moglie non disse nulla.
Si mise subito all’opera.

Pane.
Salame.
Formaggio.

Cose vere.

Si sedettero.

Antonio raccontò tutto.
La stalla.
Il mulo.
La forgia.
La proposta.

E alla fine disse, quasi piano:

«Da domani… niente più galleria.»

Ci fu un momento di silenzio.

Vito alzò lo sguardo, sorridendo appena.

«È una bella cosa» disse, con la voce che trasmetteva qualcosa di più grande.

Poi la moglie, con un sorriso che valeva più di mille parole, guardò Antonio con occhi pieni di orgoglio e affetto.
Non c’era più fatica, solo una serenità che riempiva la stanza.

Antonio, in quel silenzio, sentì il calore della casa.
Finalmente, qualcosa di bello.

«Francesca oggi è al corso» disse.
«Usce sempre alla stessa ora.
Di solito ti aspetta alla stazione per farsi riaccompagnare.»

Antonio si fermò un attimo..
Se è al corso, vado io a prenderla.
E la riaccompagno.»

Vito si alzò a fatica.
Non stava bene, si vedeva.

Si avvicinò ad Antonio e lo abbracciò forte.

Un abbraccio pieno, vero.

«Sei un bravo giovane» disse.
«Che Dio ti protegga.»

Antonio non rispose.
Non ce n’era bisogno.

Finito lo spuntino, si avviò verso la stazione.

Camminava con il freddo addosso e il cuore pieno.

Francesca faceva tirocinio un po’ più in là della stazione.
In una palazzina bassa, grigia, come tante.

Antonio arrivò fin lì e si fermò ad aspettare.
Non entrò.
Restò fuori, con le mani in tasca, come se stesse aspettando un treno.

Quando la porta si aprì e Francesca uscì, lo vide subito.

Si fermò di colpo.

«Antonio?»
Poi, tutta d’un fiato:
«Che ci fai qui?
Cos’è successo?
«Perché non hai i vestiti del lavoro?»

Nella voce c’era paura vera.

Antonio alzò le mani, quasi a fermarla.

«Calma» disse.
«Non è successo niente.
Niente di brutto.
Calmati.»

Francesca lo guardava senza smettere.
Gli occhi gli correvano addosso, come se stesse cercando un segno, una ferita, qualcosa che spiegasse quell’assenza.

«Allora perché sei qui?» chiese.
«Mi hai fatto spaventare.»

Antonio fece un mezzo sorriso, più per rassicurarla che per altro.

«Sono venuto apposta.»
Poi aggiunse:
«Dovevo dirtelo.»

Francesca rimase in silenzio.
Aspettava.

Antonio cominciò a spiegare.
Con parole semplici.
La stalla.
Il mulo.
La forgia.
Il lavoro fatto con calma, come lo aveva sempre fatto.

Lei lo ascoltava senza interromperlo.

Quando arrivò alla proposta, Francesca trattenne il respiro.
E quando disse che da domani non sarebbe più tornato in galleria, per un attimo non disse nulla.

«Davvero?» chiese piano.
«Non scendi più là sotto?»

Antonio scosse la testa.

«No.
È finita.»

Francesca abbassò lo sguardo, come se quella frase avesse bisogno di tempo per posarsi.
Poi alzò di nuovo gli occhi.

«Allora…» disse, ma non finì la frase.

Senza pensarci troppo, gli si avvicinò.

Si abbracciarono.

Un abbraccio semplice.
Innocente.
Come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Francesca appoggiò appena la testa sulla sua spalla e fece un sospiro lungo.

«Mi sono preoccupata» disse piano.
«Ho pensato che fosse successo qualcosa.»

Antonio restò fermo.
Le mise una mano sulla schiena, senza stringere.

«Ora va meglio» disse soltanto.

Francesca annuì, ancora appoggiata a lui.

«Sì» rispose.
«Ora sì.»

Poi si staccarono, piano, quasi con pudore.

Ripresero a camminare.

Parlarono allegramente per tutta la strada.
Non di grandi cose.
Di quello che sarebbe venuto, di quello che finalmente si lasciavano alle spalle.

Parlarono per tutto il tragitto, fino all’ingresso della casa.
Restarono ancora un po’ fuori, come se nessuno dei due avesse fretta di chiudere quel momento.

Poi, come sempre, si salutarono.
Senza parole in più.

Antonio la guardò entrare e poi si voltò.
Aveva ancora una cosa da fare.

Raccontare tutto allo zio.

Quando arrivò a casa, lo zio era già rientrato.
Stava cucinando.

Antonio non perse tempo e gli spiegò tutto quello che era successo.
La stalla.
Il mulo.
La forgia.
Franz.
Il lavoro nuovo.

Parlarono più a lungo delle altre sere.
Lo zio ascoltava e ogni tanto annuiva.

Alla fine gli fece gli auguri.

«Per uno che va via dalla galleria» disse, «non è poco.»

Antonio sorrise appena.

Quella sera cenarono con calma.
Senza fretta.

Quando Antonio andò a dormire, spense la luce con una certezza nuova:

l’indomani non avrebbe preso il trenino per la galleria.

E per la prima volta, quel pensiero non faceva paura.
Anzi, gli sembrava quasi che un peso fosse finalmente sollevato.
Era una sensazione strana, mai provata prima: libertà. Ma non la libertà di fare quello che si vuole, bensì la libertà di scegliere, di dirigere la propria vita verso un posto che, fino a pochi giorni fa, gli era parso irraggiungibile.

Pensò alla stalla, a Franz che gli aveva dato una possibilità che non aveva mai immaginato.
Non sarebbe più stato un semplice operaio.
Da domani, avrebbe avuto un ruolo da responsabile.
Il reparto ferri, quello che gli era sembrato così difficile e lontano.
Avrebbe avuto il compito di curare gli zoccoli degli animali e di gestire il lavoro degli altri operai.

In quel momento, Antonio capì quanto diverso sarebbe stato il suo futuro.
Non solo per il lavoro, ma per come avrebbe dovuto gestire la responsabilità.
Non più il lavoro fisico senza domande, ma quello che richiedeva decisioni, attenzione, cura.
Si sarebbe dovuto guadagnare il rispetto degli altri operai, e quello era un compito che non si poteva imparare da un giorno all’altro.

Pensò anche alla galleria.
A quei corridoi bui, stretti, polverosi.
Ogni mattina lo aveva fatto, ma con la testa bassa, senza guardare oltre.

Ora invece avrebbe guardato avanti.
La stalla, gli animali, l’odore del fieno…
Tutto sembrava più grande, più luminoso.
E quella luce che oggi non gli faceva paura, era la luce di chi, finalmente, aveva trovato un posto dove essere se stesso.

Ma pensò anche alla fatica che avrebbe comportato.
Non sarebbe stato facile.
C’era da guadagnarsi la fiducia degli altri.
C’era da imparare ogni giorno, a stare a capo di un lavoro che sapeva bene, ma che in un altro ruolo sarebbe stato diverso.

Si mise comodo sotto le coperte, e i pensieri continuarono a muoversi lentamente.
Il futuro gli sembrava una strada più larga, ma anche piena di curve, di nuove scelte, di sfide.

Chiuse gli occhi, e per la prima volta da molto tempo, si sentì pronto ad affrontarle.


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