18 – Van Gogh

Capitolo 18 – Il porto

Anversa, inverno 1885

Lasciò Nuenen senza salutare nessuno.

La porta si chiuse piano.
Come sempre.

Una cartella sotto il braccio.
Due camicie.
Fogli legati con lo spago.

Tutto quello che possedeva.

Aveva superato i trent’anni.
E stava ancora imparando a cominciare.

Non c’era rabbia.
Non c’era fallimento.

Solo quella sensazione precisa
di quando un posto ha finito di parlarti.

Come un libro letto fino all’ultima pagina.

Restare sarebbe stato ripetersi.

E lui non sapeva fare altro che andare avanti.


Il treno entrò in città all’alba.

Prima i magazzini.
Poi i camini.
Poi il fumo.

Infine il rumore.

Un rumore continuo, senza pause.

Ferri che battono.
Ruote che stridono.
Voci che gridano ordini in lingue diverse.

Quando scese ad Anversa, l’odore del porto gli riempì la bocca.

Catrame.


Carbone.
Pesce.
Acqua sporca.

Un odore vivo.
Non naturale.
Umano.

Dopo anni di terra e silenzio, gli sembrò quasi violento.

Ma non lo respinse.
Gli sembrò vero.


Camminò lungo i moli.

Le navi erano palazzi neri sospesi sull’acqua.
Alberi come foreste secche.
Corde tese.
Catene.

Gli uomini lavoravano senza guardare nessuno.

Spingevano casse.
Urlavano.
Ridevano.
Bestemmiavano.

Qui nessuno si fermava.
Nessuno osservava.
Tutti facevano.

Per la prima volta da mesi, non si sentiva fuori posto.

In mezzo a quel disordine, era solo uno qualunque.

E non essere nessuno gli dava pace.


Affittò una stanza sopra una bottega.

Bassa.
Umida.

Un letto stretto.
Un tavolo storto.
Una finestra sui tetti.

Di notte il porto non dormiva mai.

Fischi.
Passi.
Carri.

La città respirava anche al buio.

All’inizio non riusciva a dormire.

Poi capì che quel rumore lo teneva compagnia.

Meglio del silenzio delle paludi.
Meglio del vuoto delle campagne.

Il silenzio costringe a pensare.
Il rumore lascia vivere.


Si iscrisse all’Accademia.

Aule fredde.
Pareti bianche.

Statue di gesso allineate come fantasmi.

Braccia perfette.
Toraci lisci.
Profili classici.

Gli studenti copiavano proporzioni con righelli e fili.

Linee pulite.
Corrette.
Senza sbavature.

Vincent disegnava.

Testa.
Collo.
Spalle.

Ancora.

Correggeva.
Rifaceva.

Non c’era poesia.
Solo struttura.

Ma quella durezza gli serviva.

Dopo anni di fango, doveva imparare le ossa.
Il corpo sotto la pelle.
La costruzione.

Non per diventare elegante.
Per diventare solido.


La sera vagava per le strade.

Vetrine.
Luci.
Colori.

Colori ovunque.

Blu sporchi.
Rossi accesi.
Gialli violenti.

A Nuenen esistevano solo marroni.

Qui il mondo gridava.

Un grembiule verde.
Una cassa arancione.
Una lanterna rossa riflessa nell’acqua nera.

Piccole cose.
Ma restavano negli occhi.

Come schegge.

Cominciò a capire che la sua tavolozza era troppo scura.
Troppo pesante.

Forse la verità non stava solo nel buio.

Forse esisteva una verità anche nella luce.


Un giorno entrò in una bottega di stampe.

Fogli sottili appesi con mollette.

Figure leggere.
Colori piatti.

Alberi azzurri.
Cieli rosa.
Ombre verdi.

Niente chiaroscuro.
Niente fango.

Eppure respiravano.

Sembravano fatte d’aria.

Le comprò con gli ultimi soldi.

Le stese sul tavolo della stanza.

Restò a guardarle per ore.

Quelle immagini non scavavano.
Galleggiavano.

Era l’opposto di tutto ciò che aveva fatto.

E proprio per questo lo attiravano.

Come una porta nuova.


Le appese al muro sopra il letto.

La carta sottile si muoveva con il vento.

Figure leggere.
Colori chiari.
Ombre che non pesavano.

A volte si svegliava nella notte e le guardava.

Gli sembravano sogni appesi.

Non capiva come potessero reggersi con così poco.

Lui aveva sempre costruito con il buio.

Loro con l’aria.

Forse stava sbagliando tutto.

O forse stava solo arrivando tardi.


Mangiava poco.

Pane duro.
Caffè annacquato.
A volte solo tabacco.

Contava le monete prima di entrare in una bottega.

Spesso usciva senza comprare niente.

Dimagriva.

Le mani tremavano.
La testa girava mentre disegnava.

Doveva fermarsi.
Appoggiarsi al muro.

Aspettare che il pavimento tornasse fermo.

Il corpo non teneva il passo della mente.

Ma non si fermava.

Il lavoro era l’unica cosa che lo teneva insieme.

Sempre.


Una sera tornò al porto.

Il vento spingeva l’acqua contro i moli.

Le corde sbattevano contro gli alberi.

Le luci si muovevano sull’acqua.

Giallo.
Verde.
Rosso.

Non stavano ferme.

Si spezzavano.
Tremavano.
Si allungavano come vetro fuso.

Nessuno le avrebbe dipinte così.

Erano troppo instabili.
Troppo vive.

E proprio per questo vere.


Pensò alle stanze buie di Nuenen.
Alle patate.
Alle mani sporche.

Aveva creduto che quella fosse tutta la vita.

Ora capiva che era solo una parte.

Adesso c’era il ferro.
Il vetro.
Il catrame.
Il colore.

Il mondo era più grande del suo buio.

E lui doveva impararlo da capo.


Tornò nella stanza.

Accese la lampada.

Aprì il taccuino.

Tracciò una linea.
Poi un’altra.

Più veloci.
Meno pesanti.

Provò a lasciare spazio.
Aria.

La mano esitava.
Poi ripartiva.

Come imparare a respirare di nuovo.


Non lo sapeva ancora.

Ma sotto il marrone della terra, lentamente, stava nascendo il colore.

E per la prima volta,
quel colore
non gli faceva paura.


Restò seduto a lungo.

La lampada bassa.
Il rumore del porto dalla finestra socchiusa.

Catene.
Passi.
Un fischio lontano.

La città non dormiva mai.

E nemmeno lui.


Sfiorò il foglio con le dita sporche di grafite.

Non c’era niente di finito.
Solo tentativi.

Ma quei tentativi respiravano.

Non erano più zolle di terra.

Erano aperture.


Si accorse che non stava più scavando verso il basso.

Stava andando avanti.

Era diverso.

Per anni aveva cercato peso.

Adesso cercava luce.

Non la luce pulita delle chiese.
La luce sporca delle strade.

Quella che rimbalza sull’acqua,
che si rompe sui vetri,
che si infila tra i tetti.


Spense la lampada.

Si stese vestito.

Il soffitto tremava per il passaggio dei carri.

Chiuse gli occhi.

Forse nessun posto era casa.

Forse era fatto per attraversare.

Terra.
Fango.
Porti.
Città.

Sempre avanti.


Fuori, una sirena tagliò il buio.

Lunga.
Metallica.

Sembrò chiamarlo per nome.


Il mattino dopo avrebbe ripreso a disegnare.

Ancora.


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