Panchine nuove, culle vuote

Abruzzo – quando la manutenzione sostituisce la visione

Lo so.
Scrivo spesso di spopolamento.
Qualcuno penserà: “Ancora?”

Sì. Ancora.

Perché per me il problema è grave.
E perché quando una cosa è grave non si archivia con una festa riuscita o con un’estate piena di turisti.

Stiamo arrivando alla frutta.
Pardon — al caffè.

Quello amaro.


L’Abruzzo è tra le regioni italiane che stanno perdendo popolazione più rapidamente negli ultimi anni.
Il calo è costante.
Le nascite diminuiscono.
L’età media sale.

Nei borghi montani dell’entroterra, in alcuni comuni, non nasce un bambino da anni.

Non mesi.
Anni.

Questo è il punto.


Siamo diventati bravissimi a sistemare le piazze.
Un po’ meno a riempire le culle.

Abbiamo rifatto i marciapiedi.
Ma chi li percorrerà tra vent’anni?

Le panchine aumentano.
I bambini diminuiscono.

Non è polemica.
È aritmetica.


Ed è qui che la domanda diventa inevitabile.

E i nostri amministratori cosa fanno?

Tagliano nastri.
Presentano progetti.
Postano foto sorridenti davanti a una panchina nuova.

Si parla di “riqualificazione”.
Si parla di “valorizzazione”.
Si parla di “rilancio”.

Parole grandi.

Intanto, però, non nasce nessuno.

Si investe su ciò che si vede.
Molto meno su ciò che trattiene.

Perché un lavoro stabile non si inaugura con un nastro tricolore.
Una politica fiscale seria non si fotografa davanti al municipio.
Un piano di ripopolamento non fa scena.

È più semplice rifare un marciapiede.
Più semplice piantare un albero.
Più semplice sistemare una piazza.

Meno semplice è chiedersi:
tra vent’anni, chi abiterà queste case?


Non è sbagliato fare manutenzione.
È sbagliato pensare che basti.

Un borgo non vive perché è bello.
Vive perché è abitato.

L’Abruzzo non ha bisogno di essere abbellito.
Ha bisogno di essere abitato.

E quando ci sarà un progetto serio, strutturato, coraggioso —
non un cantiere, ma una visione —
sarà mia premura pubblicarlo.

Perché criticare è facile.
Ricostruire è più difficile.
Ma è l’unica cosa che conta.


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