📚 XIX Episodio Valigie di cartone

CAPITOLO 19 — La prima bicicletta

La mattina seguente, alle 6.30 precise, Antonio era di nuovo davanti alla stazione.

Puntualissimo.

Franz arrivò poco dopo.
Si salutarono con un cenno semplice, da uomini che ormai non avevano bisogno di spiegarsi troppo.

«Oggi ti presento a tutti» disse Franz mentre partivano.
«Da oggi sei responsabile del reparto ferri.»

Antonio annuì.
Non disse nulla, ma sentì quella frase scendere piano, come una cosa importante che va sistemata dentro prima di parlare.

La macchina percorse la strada verso la stalla, ma a un certo punto, all’inizio della strada rurale, Franz rallentò.
Si fermò.

Fece cenno ad Antonio di scendere.

Davanti a loro c’era un magazzino basso, anonimo, uno di quelli che sembrano sempre chiusi.
Franz aprì la porta, entrò e ne uscì spingendo una bicicletta.

La appoggiò a terra.

«Antonio,» disse, «da qui la mattina prendi questa.
La lasci qui e vai alla stalla. A piedi è lunga.
Anche gli altri operai fanno così.»

Poi gli porse una chiave.

«La sera la rimetti dentro, prendi l’autobus e in pochi minuti sei a casa.»

Antonio prese la chiave.
Ringraziò.

Non disse altro.

Non aveva mai avuto una bicicletta.
Non sapeva nemmeno se fosse capace di usarla.
Ma non lo disse.

Pensò solo: imparerò.

Salì sulla bici.
All’inizio andò piano.
Un po’ rigido.
Qualche difficoltà.
Ma metro dopo metro, curva dopo curva, arrivò alla stalla.

Franz lo stava aspettando.

Lo guardò, mezzo serio e mezzo divertito.

«Antonio, problemi?»

Antonio si tolse il berretto, quasi imbarazzato.

«È la mia prima bicicletta.»

Per un attimo Franz rimase zitto.
Poi scoppiò a ridere.

Una risata piena, vera.

«Rido per la tua sincerità,» disse, in quell’italiano un po’ tedesco che ormai Antonio riconosceva subito.

Gli diede una pacca sulla spalla.

«Va bene così. Si impara.»

E in quel momento Antonio capì che non stava solo iniziando un nuovo lavoro.
Stava entrando in una vita diversa, fatta di fiducia, di cose date senza troppe parole, di strade da percorrere anche se all’inizio non sai bene come.

Come andare in bicicletta.
Franz radunò tutti gli operai nel cortile della stalla.

Non fece un discorso lungo.
Disse le cose necessarie.

Presentò Antonio come responsabile del reparto ferri.

Gli uomini ascoltarono in silenzio.
Qualcuno annuì.
Qualcun altro lo osservò con attenzione, come si fa quando arriva uno nuovo e bisogna capire chi è davvero.

Antonio salutò tutti con molto rispetto.
Poche parole.
Un cenno del capo.
Niente gesti inutili.

Scambiò ancora due parole con Franz, poi si diresse verso il reparto ferri.
Franz, dopo un ultimo sguardo, se ne andò.

Nel reparto c’erano due operai addetti ai ferri, entrambi stranieri.
Antonio non chiese di comandare.
Chiese di capire.

Si fece spiegare dove fossero gli attrezzi.
Come si svolgeva la giornata.
Chi chiamava gli animali.
Chi preparava la forgia.
Come si muovevano tra una stalla e l’altra.

Piano piano capì che quella era la stalla principale, ma che ce n’erano altre nei dintorni, più piccole, con meno animali.

Quando ebbe chiaro tutto, Antonio si mise subito al lavoro.

Si faceva portare un animale per volta.
Sempre allo stesso modo.

Prima una carezza.
Poi qualche parola detta piano, vicino all’orecchio.
Solo dopo chiedeva di alzare lo zoccolo.

Controllava i ferri.
Guardava l’usura.
Il consumo.
La postura.

Se vedeva un problema, chiamava i due operai.
Indicava il punto.
Spiegava cosa non andava e come risolvere.

Non alzava mai la voce.
Non dava ordini secchi.
Spiegava.

Ma Antonio non faceva solo quello.

Passava in rassegna tutti gli animali.
Uno per uno.

Li guardava in faccia.
Negli occhi.
Come per riconoscerli.

Non erano numeri.
Erano presenze.

Con il passare dei giorni, Franz lo portò anche nelle altre stalle.
Una era piccola, ma lì c’erano solo cavalli molto belli.
Sempre cavalli da lavoro.

Antonio li osservò a lungo.
Con lo stesso rispetto.

Capì che il lavoro non era solo ferri e zoccoli.
Era conoscere gli animali, il loro modo di muoversi, di stare, di sopportare la fatica.

E capì anche un’altra cosa:
che lì non gli avevano dato solo un ruolo.
Gli avevano dato responsabilità.

E lui, senza dirlo, aveva già deciso di prendersela tutta.
C’era anche una stalla dedicata alla riproduzione.
Lì stavano le giumente, le asine, le cavalle.

Era un ambiente diverso.
Più silenzioso.
Più attento.

Quando c’era un parto, oppure quando arrivava il veterinario per una visita, Antonio cercava sempre di esserci.
Non per intervenire.
Per guardare.

Si metteva di lato.
In silenzio.

Osservava come lavorava il veterinario.
Come toccava l’animale.
Come decideva quando aspettare e quando agire.

Guardava i gesti.
Il tempo.
Il rispetto.

Capiva che anche lì valeva la stessa regola che aveva imparato con i ferri:
non forzare, non avere fretta, ascoltare prima di fare.

Antonio non prendeva appunti.
Imparava guardando.

Per lui ogni animale era una lezione diversa.
E ogni nascita gli ricordava che il lavoro non era solo mantenere in piedi ciò che già esisteva,
ma aiutare qualcosa a cominciare.

E questo, senza saperlo, gli stava cambiando il modo di stare al mondo.
Metteva spesso a confronto quel veterinario con quello con cui, in passato, aveva condiviso molti parti e molte visite.

Osservando, si accorse di una cosa semplice ma importante:
in linea di massima i problemi erano gli stessi.
Le difficoltà non cambiavano.
E neppure le attenzioni.

Cambiano i luoghi, le lingue, i nomi.
Ma il corpo dell’animale parla sempre allo stesso modo.

Servono pazienza.
Occhio.
Rispetto dei tempi.

Capì che certi mestieri, quando sono fatti bene, si assomigliano ovunque.
E che chi lavora davvero con gli animali finisce per riconoscersi, anche senza parlarsi.

Quella consapevolezza lo rassicurò.
Non stava imparando qualcosa di estraneo.
Stava ritrovando, in un altro posto, lo stesso sapere.

E questo gli fece capire che la strada intrapresa era giusta.
Antonio aveva iniziato con il piede giusto.

Franz lo rispettava, questo era evidente.
Ma la cosa più bella arrivò poco prima delle feste pasquali.

Un giorno, durante una pausa, un operaio della stalla si avvicinò.
Si fermò davanti a lui, con un mezzo sorriso.

«Piacere, paisà.
Io sono Federico. Sono siciliano.»

Antonio restò sorpreso.

«E perché me lo dici solo adesso?» chiese.

Federico abbassò un attimo lo sguardo, poi parlò con sincerità.

«Perché prima non sapevo con chi avevo a che fare.
Ho capito che sei molto giovane.
Ma sei preparato.
E soprattutto sai essere un capo vero.»

Fece una breve pausa.

«Per questo ti chiedo scusa.
E ti faccio tanti auguri per le festività.
Sappi che ho iniziato a rispettarti e ad apprezzarti.


E questo è il pensiero di tutti noi.»

Antonio non disse nulla.
Ascoltava.

Federico aggiunse, quasi sorridendo:

«Qui ti chiamano il ragazzo che sussurra all’orecchio.
Ma non come offesa.
Perché tu hai qualcosa che noi non abbiamo.»

Antonio capì subito cosa intendeva.

Non era una tecnica.
Non era un ruolo.

Era il modo di stare con gli animali.
E con le persone.

E per la prima volta, in quel posto, sentì di non essere più solo un lavoratore arrivato da fuori.

Era diventato uno di loro.


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