
C’è un momento preciso, in Italia, in cui accade la trasformazione collettiva.
Succede durante i Campionati del Mondo.
All’improvviso siamo tutti allenatori. Tutti strateghi. Tutti conoscitori di moduli, pressing alto, difesa a tre, falso nove, raddoppi di fascia.
Il vicino di casa, che fino al giorno prima confondeva un fuorigioco con un calcio d’angolo, si presenta al bar con l’aria grave di chi ha appena finito di riscrivere la storia del calcio moderno.
E lì, inevitabilmente, mi torna in mente il grande Oronzo Canà di L’allenatore nel pallone.
Il suo celebre 5-5-5.
Una tattica impossibile.
Surreale.
Eppure, nella sua assurdità, più onesta di tante analisi pseudo-scientifiche da salotto televisivo.
Perché almeno Oronzo Canà era dichiaratamente comico.
Non pretendeva di essere Arrigo Sacchi.
Dal 5-5-5 all’articolo 5 comma bis
Finito il Mondiale, passa qualche anno, arriva un referendum.
E accade la stessa magia.
Gli allenatori spariscono.
Nascono costituzionalisti.
Persone che non hanno mai aperto la Costituzione — e non c’è nulla di male — iniziano a citare articoli, commi, paragrafi, sub-emendamenti, richiami alla giurisprudenza comparata.
“Articolo 5, comma bis.”
“Comma ter, paragrafo 15.”
“Interpretazione sistematica del dettato normativo.”
Sui social, improvvisamente, sembra di assistere a un congresso accademico permanente.
Con una differenza sostanziale: nei congressi accademici veri si discute con rispetto.
Qui spesso si pontifica.
E soprattutto si delegittima.
Il rumore come scorciatoia
C’è una piccola parte — per fortuna minoritaria — che crede che fare rumore equivalga ad avere ragione.
Che alzare il tono significhi alzare il livello.
Che citare articoli a memoria renda automaticamente autorevoli.
Ma la democrazia non è un concorso a chi urla di più.
Non è una gara a chi cita più commi.
È una scelta.
Personale.
Responsabile.
Libera.
Il mio voto, la mia coscienza
Io ho letto il testo del referendum.
Non mi sono fermato agli slogan.
Non mi sono lasciato guidare dalle tifoserie.
Per quanto riguarda la mia pensione, non cambia nulla.
Non ho vantaggi personali da difendere.
Non ho scudi da proteggere.
Per questo voterò Sì.
Non perché qualcuno me l’abbia ordinato.
Non perché appartenga a una tifoseria.
Non perché mi senta più colto o più moralmente elevato.
Semplicemente perché è la mia scelta.
E nessuno può tacciarmi di essere ladro, corrotto o complice di chissà quali poteri oscuri.
Allo stesso modo, chi vota No ha pieno diritto di farlo.
Senza essere definito retrogrado.
Senza essere accusato di sabotare il Paese.
Senza lezioni di moralismo costituzionale da tastiera.
La differenza tra opinione e superiorità
C’è una linea sottile che divide l’opinione dalla superiorità.
Dire:
“Secondo me è meglio votare No perché…”
è legittimo.
Dire:
“Solo le persone perbene votano No”
oppure
“Chi vota Sì è un delinquente”
non è dibattito. È delegittimazione.
La Costituzione non è un’arma da lanciare contro l’avversario.
È la casa comune.
E in una casa comune non si grida per dimostrare di avere ragione.
Meno Oronzi, più rispetto
Forse dovremmo accettare una verità semplice.
Non siamo tutti allenatori.
Non siamo tutti giuristi.
E va benissimo così.
La democrazia non chiede competenza tecnica assoluta.
Chiede informazione minima e coscienza personale.
Il resto è rumore.
Rumore che dura qualche settimana, come durante i Mondiali.
Poi passa.
E restano le persone.
Le relazioni.
La convivenza civile.
In fondo è semplice
Io voto Sì.
Tu puoi votare No.
Senza patenti di moralità.
Senza scomuniche civili.
Senza trasformare ogni discussione in una finale dei Mondiali.
Perché la vera maturità democratica non è citare l’articolo 5 comma bis.
È accettare che l’altro possa pensarla diversamente
senza essere un nemico.
E forse, se proprio vogliamo una tattica efficace, teniamoci il 5-5-5.
Almeno quello faceva ridere.
Rispondi