
Alle sei e quaranta il paese non è ancora giorno.
Le finestre sono buie.
Le strade hanno il silenzio delle cose che non hanno fretta.
L’aria punge.
Alla fermata del pullman ci sono ragazzi con lo zaino più grande di loro.
Non parlano molto.
A quell’ora si pensa piano.
Quel pullman non è solo un mezzo di trasporto.
È una misura.
Misura la distanza tra centro e periferia.
Tra pianura e montagna.
Tra chi si sveglia alle sette e chi alle cinque e mezza.
Sarebbe interessante chiedersi che cosa fa, alla psiche di un adolescente, questa routine quotidiana.
Alzarsi due ore prima per avere lo stesso diritto.
Tornare due ore dopo per ricevere lo stesso voto.
Partire quando è buio e rientrare quando è di nuovo buio.
Non è solo stanchezza.
È consapevolezza precoce.
Un ragazzo di montagna impara presto che l’uguaglianza è scritta nei principi, ma non sempre negli orari.
Impara che la distanza non è soltanto chilometrica.
È organizzativa.
È politica.
È culturale.
Non glielo spiega nessuno.
Lo capisce.
Lo capisce quando sente dire che “in fondo è solo un pullman”.
Come se due ore al giorno fossero dettagli.
Come se il tempo non fosse la materia più preziosa a sedici anni.
Sì, bisogna dirlo.
Delle aree interne ci si ricorda nei convegni.
Quando si parla di “resilienza”.
Quando si progetta la “rigenerazione dei borghi”.
Quando la montagna diventa caso studio.
Ci si ricorda nelle emergenze.
Quando una frana isola un paese.
Quando una scuola rischia di chiudere.
Quando un servizio salta.
Ci si ricorda nei programmi elettorali.
Quando la montagna è promessa.
Quando i paesi diventano fotografia.
Poi torna la normalità.
E la normalità non ha titoli.
La normalità è la sveglia al buio.
È la corsa alla fermata.
È il pullman delle sei e quaranta che resta delle sei e quaranta.
E nessuno lo sposta.
Il messaggio implicito è semplice:
arrangiati.
Se vuoi studiare, arrangiati.
Se vuoi restare, arrangiati.
Se vuoi avere le stesse opportunità, fai qualcosa in più.
Dai di più.
Sforzati di più.
Guadagnatelo.
È ingiusto?
Sì.
È reale?
Anche.
Ma qui accade qualcosa che non sempre si vede.
Questo svantaggio, nel lungo periodo, non produce solo frustrazione.
Produce struttura.
Chi cresce così sviluppa una determinazione diversa.
Non romantica.
Non eroica.
Concreta.
Impara a gestire la fatica.
Impara che il tempo va usato bene.
Impara che niente è automatico.
La montagna forgia menti abituate al dislivello.
E chi è abituato al dislivello non si spaventa facilmente.
Questo non assolve le istituzioni.
Non è un elogio del sacrificio imposto.
È una constatazione.
La montagna non dovrebbe essere una scuola di resistenza per necessità.
Dovrebbe essere una scelta, non una prova.
Un Paese che lascia una parte dei suoi ragazzi a partire sempre prima
e tornare sempre dopo
non è solo disattento.
Sta accettando un’Italia a due velocità.
E l’Italia a due velocità non è una metafora.
È un orario.
Sei e quaranta.
Ogni mattina.
— Il Sognatore Lento
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