“Un Sanremo al giorno toglie il medico di torno”

Cura temporanea per ansie collettive.
Effetti collaterali: amnesia civica.

C’è una cosa che in Italia funziona sempre.

Non è la burocrazia.
Non sono i trasporti.
Non è la programmazione politica.

È il Festival di Sanremo.

Basta che si accendano le luci del Teatro Ariston e accade il miracolo.

Le tensioni si abbassano.
Le emergenze rallentano.
Le polemiche cambiano argomento.

Non spariscono i problemi.
Semplicemente… vengono messi tra parentesi.

La sospensione nazionale

In quei giorni l’Italia si divide su:

  • il vestito più brutto
  • la canzone più sopravvalutata
  • il monologo troppo lungo
  • il televoto truccato (sempre truccato, ovviamente)

Nel frattempo:

Una scuola chiude in montagna.
Un pronto soccorso riduce il personale.
Un treno regionale resta fermo quaranta minuti “per un inconveniente tecnico”.

Ma la vera urgenza è:
“Chi va in finale?”

È una magia collettiva.
Una sospensione consensuale della realtà.

E forse, a essere onesti, è anche comprensibile.

Un Paese ha bisogno di riti.
Ha bisogno di appuntamenti comuni.
Ha bisogno di parlare la stessa lingua per qualche sera.

Il problema non è Sanremo.

Il problema è quando Sanremo diventa il sostituto della discussione seria.

L’Italia che commenta

Nei bar, sui social, nelle chat di famiglia:

Tutti critici musicali.
Tutti registi.
Tutti esperti di share.

La stessa energia raramente si vede quando si parla di:

  • spopolamento delle aree interne
  • giovani che emigrano
  • ospedali che si svuotano
  • lavoro stagionale senza tutele

Su questi temi il silenzio è più composto.
Meno scintillante.

Sanremo invece è sicuro.
Non divide davvero.
Permette di indignarsi senza rischio.

La parentesi che diventa abitudine

Il Festival nasce nel 1951.
Ha attraversato governi, crisi economiche, trasformazioni culturali.

È sopravvissuto a tutto.

Ed è giusto che esista.

Ma ogni parentesi, se si prolunga troppo, cambia il testo.

La questione non è spegnere la musica.

È chiedersi:

Quando le luci si abbassano e l’Ariston torna vuoto,
noi torniamo a guardare il Paese reale?

O aspettiamo semplicemente la prossima distrazione?

Non è colpa della musica

La musica unisce.
La musica consola.
La musica racconta il tempo.

Il punto è un altro.

Siamo diventati bravissimi a trasformare tutto in spettacolo.
Anche ciò che meriterebbe silenzio e responsabilità.

La vera magia italiana non è Sanremo.

È la nostra capacità di sentirci coinvolti solo quando c’è un palco.

Eppure l’Italia vera non ha scenografie.

Ha strade provinciali.
Ha piccoli comuni che resistono.
Ha lavoratori che non finiscono in prima serata.

Non fanno share.
Ma tengono in piedi il Paese.

Quando finirà l’ultima serata,
quando scopriremo il vincitore,
quando spegneremo la televisione,

la sveglia suonerà lo stesso.

E lì si vedrà se la magia era pausa…
o anestesia.


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