1 – Undici inverni di distanza

Capitolo 1 – Ritorno a Pampeago

Ai primi di dicembre del 1981, Matteo tornò a Pampeago da solo.

La macchina arrancava nelle curve strette della montagna. Il motore faceva un rumore più grave del solito, come se anche lui avvertisse la pendenza.
La neve non era ancora abbondante, ma ai lati della strada restavano strisce bianche indurite dal gelo della notte.

Era la sua seconda stagione. Questa volta non arrivava da estraneo.

Non aveva bisogno di indicazioni. Conosceva ogni tornante, ogni tratto in cui l’asfalto si stringeva, ogni punto in cui la valle spariva alle spalle lasciando spazio solo al bosco.

L’albergo avrebbe aperto per Sant’Ambrogio.
Mancava una settimana.

Quella settimana era dedicata alla preparazione.

Camere da controllare.
Biancheria da sistemare.
Sala da rimettere in ordine.

Quando parcheggiò davanti all’ingresso laterale, l’edificio era ancora silenzioso. Le finestre chiuse, il legno scuro dell’esterno già segnato dall’umidità dell’inverno.

Scese dalla macchina e rimase un momento fermo.

L’aria di montagna era diversa da quella della pianura. Più sottile. Più diretta.

Non provava più l’ansia del primo inverno.
Quell’anno sapeva dove mettere le mani.
Sapeva cosa gli sarebbe stato chiesto.

Entrò dalla porta del personale con la valigia in mano.

La direttrice lo salutò con un cenno soddisfatto.

«Bentornato, Matteo.»

Non era più un ragazzo di passaggio.
Era parte della stagione.

In sala incontrò Marco e Luca.

Erano arrivati anche loro con qualche giorno di anticipo rispetto all’apertura per Sant’Ambrogio. Si salutarono senza formalità, come si fa tra persone che hanno già condiviso un inverno intero.

«Allora ci siamo di nuovo» disse Marco.

Luca sorrise appena.
«Un altro giro.»

L’estate li aveva portati lontano, ognuno per conto proprio.

I due avevano lavorato all’Isola d’Elba. Raccontavano del mare, del vento che cambiava ogni pomeriggio, dei turisti che riempivano le sale fino a tardi.

Matteo invece era stato in Abruzzo, ad Alba Adriatica.

Un’estate diversa, più calda, più affollata. Servizi continui, famiglie in vacanza, bambini scalzi che entravano in sala con la sabbia ancora addosso.

Si scambiarono poche impressioni.

Non serviva esagerare nei racconti.
Ognuno sapeva cosa significasse lavorare fuori stagione, adattarsi a ritmi diversi, ricominciare ogni volta.

Adesso erano di nuovo lì.

In montagna.

E questo bastava.

Marco e Luca lo aiutarono a portare le valigie su per le scale del personale.

Non era un gesto straordinario, ma aveva il sapore del ritorno. Le scale scricchiolavano come l’anno prima, l’odore del corridoio era lo stesso: un misto di legno, detersivo e aria fredda che entrava dalle finestre socchiuse.

Arrivati davanti alla porta, Luca si fermò.

«Indovina un po’.»

Matteo lo guardò senza capire.

Marco fece un mezzo sorriso.

«Stessa camera.»

Per un istante rimase in silenzio. Poi aprì la porta.

I tre letti singoli erano disposti come l’anno prima. L’armadio stretto occupava il solito angolo, la finestra dava verso il bosco e sopra c’era l’abbaino.

Tutto uguale.

Non era solo una stanza.

Era un pezzo di inverno già vissuto.

Appoggiò la valigia sul letto e si guardò intorno.

Fu una bella notizia.

Si raccontarono qualcosa dell’estate.. Qualche episodio, qualche nome di località, il mare dell’Elba per Marco e Luca, il caldo di Alba Adriatica per Matteo.

Non serviva molto.

Bastò poco per rimettere insieme i mesi passati lontano.

Poi scesero di nuovo in sala.

Matteo prese subito servizio.

Andò a salutare il maître, come si faceva sempre all’inizio di stagione. Una stretta di mano, uno sguardo diretto, poche parole.

Poi salutò gli altri.

Francesco, lo chef di cucina, toscanaccio vero, con la voce alta anche quando parlava piano.

Nicola, trentino, addetto alle pulizie, che ogni inverno ripeteva la stessa frase con il suo solito mezzo sorriso, come una battuta imparata da sempre:

«Neve giù, terroni su.»

Era il suo modo di rompere il ghiaccio.

La stagione stava ricominciando.

L’ora del pranzo arrivò presto.

Durante la preparazione si pranzava alle undici e trenta. Quando l’albergo era aperto, invece, si iniziava alle dodici.

Si mangiava nel self service del personale.

Lì incontrarono tutti gli altri arrivati per l’apertura. Volti nuovi e qualcuno già conosciuto di vista.

Altri sarebbero arrivati nei giorni successivi.

Luca gli presentò le nuove arrivate.

Erano parecchie, la maggior parte ragazze che avrebbero lavorato al bar degli sciatori. Durante la stagione quel bar era sempre super affollato.

I nomi si susseguivano uno dopo l’altro. Matteo ascoltava, annuiva, stringeva mani.

Come sempre faceva il cascamorto con tutte.

Ma lo faceva a modo suo.

Sincero.
Divertente.

Senza malizia.

Poi si tornò al lavoro delle pulizie fino alle diciassette.

Alle cinque si chiudeva la giornata di preparazione.

Dopo la doccia, Matteo prese la fisarmonica — che portava sempre con sé — e cominciò a suonare.

Il corridoio del personale era lungo. C’erano due reparti: uno dove alloggiavano loro e un altro più distante. Nel loro, di solito, stavano quelli che chiamavano, per modo di dire, i “vip”.

Il suono della fisarmonica si diffuse nel corridoio.

Dopo un po’ bussarono.

Entrarono alcune ragazze. Avevano sentito la musica.

«Possiamo?» chiesero.

«Dai, qualcosa di tirolese» disse una.

Matteo sorrise e cominciò a suonare.

Il corridoio si riempì di musica e di risate.

Poi scesero tutti nel self service per la cena.

Marco e Luca si sedettero insieme alle ragazze.

Tra loro c’era una donna più adulta delle altre, più matura.

Il suo nome era Irene.

Dopo la cena uscirono a prendere il caffè in un bar più sotto.

Lo Scoiattolo.

La strada era già ghiacciata. Pampeago si trova a 1750 metri, e lì l’inverno arriva piano, ma deciso.

Camminavano in gruppo.

Irene era a fianco di Matteo.

A un certo punto scivolò.

Matteo riuscì a non farla cadere.

«Grazie» disse lei, con il tipico accento trentino.

Matteo sorrise.

«Tu dall’accento sei di qua, vero? Io invece sono un terrone abruzzese.»

Lei scoppiò a ridere.

«Non sono mai stata in Abruzzo» disse. «Mi piacerebbe.»

Matteo rispose che era una bella regione.

La sera, a Pampeago, il silenzio sembrava più profondo.

Il ghiaccio rifletteva la luce dei lampioni e il bosco restava immobile, come se osservasse.

Matteo camminava accanto al gruppo.

Ma ogni tanto il suo sguardo tornava su Irene.

Non era come le altre.

Non cercava attenzione.
Non parlava più del necessario.

Quando rientrarono in albergo si salutarono con naturalezza.

Niente promesse.
Niente sguardi insistenti.

Solo il primo giorno.

E un inverno ancora tutto da scrivere.


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