
Capitolo 26 – Gli ultimi giorni
Luglio 1890
Le giornate ad Auvers-sur-Oise scorrevano con una calma fragile, quasi sospesa.
A prima vista la vita sembrava continuare come sempre.
Vincent van Gogh usciva al mattino con la tela sotto il braccio, i colori nella cassetta di legno e il cavalletto legato alla spalla. Attraversava il villaggio quasi senza farsi notare e si dirigeva verso i campi.
Il paesaggio era lo stesso di sempre:
campi di grano,
sentieri polverosi,
cieli larghi che si aprivano sopra le colline.
Eppure qualcosa stava cambiando.
Vincent lavorava più di prima.
Molto più di prima.
In poche settimane dipinse decine di tele. I campi, i sentieri, le case del villaggio, il cielo che si muove sopra le colline: tutto entrava nei quadri con una rapidità sorprendente.
Le pennellate erano più larghe.
Più nervose.
Come se il tempo stesse accelerando e lui cercasse di stargli dietro.
Non era frenesia.
Era urgenza.
La stanchezza
Ma il corpo cominciava a cedere.
Dormiva poco.
Le notti diventavano lunghe, interrotte da pensieri che non trovavano riposo. Anche mangiare gli costava fatica. A volte dimenticava i pasti, altre volte si accontentava di qualcosa di veloce prima di uscire di nuovo.
Non era la disperazione violenta dei momenti peggiori della sua vita.
Era qualcosa di più silenzioso.
Una stanchezza che cresce lentamente.
Come se dentro di lui una forza si fosse consumata nel tempo, senza rumore.
Continuava a lavorare.
Ma il lavoro non bastava più a tenere tutto in equilibrio.
Il giorno del colpo
Il 27 luglio 1890 uscì nel pomeriggio, come aveva fatto tante altre volte da quando viveva ad Auvers-sur-Oise.
Il villaggio era quieto.
L’aria dell’estate muoveva lentamente le foglie e portava con sé l’odore del grano maturo. Le strade erano quasi vuote. Qualche contadino lavorava nei campi, qualche finestra aperta lasciava uscire il rumore lieve della vita quotidiana.
Vincent van Gogh attraversò il paese senza attirare attenzione.
Non aveva fretta.
Portava con sé una pistola.
Non era un oggetto completamente estraneo alla sua presenza nei campi. Si pensa che l’avesse acquistata tempo prima per spaventare gli uccelli che spesso si posavano sulle spighe mentre lui dipingeva tra i campi di grano.
Nulla, in quel momento, lasciava intuire un gesto definitivo.
Non lasciò lettere.
Nessun biglietto.
Nessun addio scritto.
Non spiegò a nessuno ciò che stava per fare.
Forse perché non c’era una frase capace di contenere ciò che stava vivendo.
O forse perché non voleva trasformare quel gesto in una scena.
Camminò fino ai campi più lontani, dove il paese scompare dietro le colline e resta soltanto l’orizzonte.
Il grano era alto.
Il vento lo attraversava con un movimento obliquo, come se la terra respirasse lentamente sotto il cielo estivo. Le nuvole scorrevano larghe sopra la pianura.
In quel paesaggio aperto Vincent si fermò.
Non sappiamo quanto tempo rimase lì.
Forse guardò il campo come lo aveva guardato tante altre volte, con quell’attenzione intensa che aveva trasformato paesaggi semplici in pittura.
Forse pensò alle tele dipinte nelle settimane precedenti.
Forse pensò al fratello Theo van Gogh, alle difficoltà economiche, alla stanchezza che negli ultimi tempi si era fatta più pesante.
Non esiste una testimonianza precisa di ciò che passò nella sua mente in quei minuti.
Sappiamo soltanto ciò che accadde.
Tra i campi di grano, lontano dalle case e dalle strade del villaggio, Vincent sollevò la pistola e si sparò al petto.

Il colpo non fu immediatamente mortale.
Cadde.
Il dolore arrivò subito, ma non lo uccise.
Per un momento il campo tornò al suo silenzio.
Il vento continuava a muovere le spighe.
Il cielo restava immenso sopra di lui.
Eppure la vita non si fermò in quell’istante.
Dopo qualche tempo Vincent riuscì a rialzarsi.
Il colpo non lo aveva ucciso.
E lentamente, con il corpo ferito e il respiro pesante, iniziò a tornare verso il villaggio.
Il ritorno alla locanda
Ferito gravemente, Vincent van Gogh riuscì comunque a rialzarsi.
Non chiese aiuto.
Non gridò.
Il campo restò dietro di lui, mosso dal vento come se nulla fosse accaduto.
Cominciò a camminare lentamente verso il villaggio di Auvers-sur-Oise. Ogni passo era più pesante del precedente. Il respiro diventava corto, il dolore cresceva nel petto, ma continuò a muoversi.
Le strade erano le stesse che percorreva quasi ogni giorno con la tela sotto il braccio e la cassetta dei colori.
Questa volta tornava senza cavalletto.
Senza colori.
Senza tela.
Solo con il peso della ferita che si faceva sempre più difficile da sostenere.
Quando arrivò davanti alla Auberge Ravoux, la piccola locanda dove viveva da qualche settimana, il villaggio era tranquillo. La sera stava scendendo lentamente sulle case basse e sulle strade polverose.
Entrò.
Salì le scale.
Passo dopo passo.
La sua stanza era piccola, quasi spoglia. Un letto, una sedia, pochi oggetti personali. Una finestra che guardava verso i tetti del paese e, più lontano, verso i campi.
Si sedette sul letto.
Solo allora la gravità della ferita diventò evidente.
Il sangue cominciava a macchiare la camicia, il respiro si faceva sempre più difficile. Chi era nella locanda capì presto che qualcosa non andava.
Il medico del paese fu chiamato.
Arrivò poco dopo.
Esaminò la ferita con attenzione, ma capì subito che non c’era molto da fare. Il proiettile era penetrato nel petto in profondità e tentare di estrarlo avrebbe potuto ucciderlo sul momento.
In quei piccoli villaggi dell’Oise non esistevano le possibilità della grande medicina delle città.
Restava solo l’attesa.
La notizia si diffuse rapidamente tra le poche strade di Auvers.
E da lì raggiunse Parigi.
Qualcuno scrisse o mandò un messaggio urgente a Theo van Gogh.
Quando Theo ricevette la notizia, partì immediatamente.
Il viaggio da Parigi non era lungo, ma per lui dovette sembrare interminabile.
Quando arrivò alla locanda, Vincent era ancora vivo.
Lo trovò nella piccola stanza sotto il tetto, sdraiato sul letto, il volto pallido ma ancora lucido nello sguardo.
I due fratelli si guardarono.
Non c’era bisogno di molte parole.
Theo si sedette accanto al letto.
E rimase lì.
Le ultime ore
Theo arrivò il più presto possibile.
Rimase accanto al fratello per due giorni.
La stanza era piccola, quasi spoglia. Un letto, una sedia, pochi oggetti personali. Dalla finestra si vedevano i tetti del villaggio e, più lontano, i campi che Vincent aveva dipinto tante volte.
La vita fuori continuava.
Le persone passavano per strada.
Il vento muoveva ancora il grano.
Dentro quella stanza, invece, il tempo sembrava rallentare.
Vincent era lucido.
Non gridava.
Non accusava nessuno.
Parlava poco.
Come se le parole non fossero più necessarie.
Il dolore c’era, ma non sembrava essere la cosa più importante.
29 luglio 1890
Nella notte tra il 28 e il 29 luglio il respiro diventò più lento.
A un certo punto disse al fratello una frase che sarebbe rimasta nella memoria della storia dell’arte.
«La tristezza durerà per sempre.»
Non era una frase teatrale.
Non era una dichiarazione romantica.
Era una constatazione.
Quasi serena.
Come se Vincent stesse osservando la propria vita con la stessa lucidità con cui aveva osservato i campi, il cielo e i volti delle persone.
Morì il 29 luglio 1890.
Aveva trentasette anni.
Theo era accanto a lui.
Non ci furono scene drammatiche.
Nessun gesto finale.
Solo silenzio.
Fuori, nei campi di Auvers-sur-Oise, il grano continuava a muoversi nel vento d’estate — lo stesso grano che poche settimane prima Vincent aveva dipinto con pennellate rapide e febbrili.
Come se avesse saputo che il tempo stava finendo.
E forse, in fondo, lo sapeva davvero.

FINE


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