
Capitolo 2 – Sant’Ambrogio
La settimana scivolò via in fretta.
Tra pulizie, sistemazioni e ultimi controlli, i giorni passarono senza che nessuno se ne accorgesse davvero.
Poi arrivò il giorno dell’apertura.
Per Sant’Ambrogio il fine settimana era sempre molto affollato.
Le macchine cominciarono a salire già dal mattino presto. Sci sui portapacchi, famiglie infagottate, bambini che correvano davanti all’ingresso. L’albergo, rimasto silenzioso fino al giorno prima, tornò a riempirsi all’improvviso di voci.
La stagione era cominciata.
Per il pranzo erano pronti.
E infatti il movimento fu subito intenso. La sala si riempì in fretta, le ordinazioni si susseguirono senza pause.
Però erano tutti professionisti, sia in sala sia in cucina.
Niente veniva improvvisato.
Il servizio procedette con ritmo sostenuto ma ordinato.
Verso la fine, mentre gli ultimi tavoli venivano sistemati, la direttrice lo chiamò.
«Matteo, scendi nel bar. Sono in difficoltà. Vedi cosa puoi fare.»
Matteo annuì.
E scese.
Già dall’anno precedente aveva lavorato nel bar sotto, quindi conosceva bene l’ambiente.
Entrò e non si mise a comandare.
«Sentite, mi metto io alla macchina del caffè. Voi ordinate.»
E così fu.
Gli sciatori arrivavano a flotte.
Caffè, cappuccini, tè, punch di ogni genere.
Poi cioccolate calde con panna, vov e tutto il resto.
La macchina del caffè non si fermava un attimo. Le richieste si accavallavano, le voci si sovrapponevano.
Il bancone era diventato un piccolo mondo in movimento.
Sciatori ancora con gli scarponi chiedevano caffè bollenti, bambini con il naso rosso volevano cioccolata con panna, qualcuno ordinava punch per scaldarsi dopo le piste.
Il vapore della macchina del caffè riempiva l’aria e il profumo si mescolava a quello del legno caldo del bar.
Matteo lavorava quasi senza pensare. Le mani andavano da sole: tazzine, cucchiaini, latte montato, tasti della macchina.
Era il ritmo del servizio.
Quel ritmo che, quando lo conosci bene, ti entra addosso e non ti lascia più.
Poi la bufera passò.
Il bar si svuotò piano.
Le ragazze lo ringraziarono.
Irene fu la prima.
«Ci hai salvato, grazie.»
Le altre:
«Ciao Matteo, grazie… ci vediamo dopo.»
Lui rimase lì ancora un momento, poi tornò di sopra.
Il servizio era già finito.
Matteo si diresse verso la sua camera.
Incrociò Irene che stava andando un attimo in camera anche lei.
Camminarono insieme lungo il corridoio, ancora con il rumore del bar nelle orecchie e il profumo di caffè addosso.
«Grazie ancora» disse lei. «Sei bravo.»
Lo disse senza leggerezza, ma con una sincerità composta.
Poi aggiunse, abbassando appena lo sguardo:
«Io purtroppo non sono alla tua altezza.»
Matteo capì subito che non era falsa modestia.
Lei parlava con quella semplicità che hanno le persone abituate a non mettersi mai davanti agli altri.
Per un attimo gli venne da dirle qualcosa per smentirla, ma preferì non farlo.
Alcune parole è meglio lasciarle nel silenzio.
Non c’era ironia nelle sue parole. Solo un pensiero detto a voce alta.
Matteo sorrise.
Lei aveva la camera all’inizio del corridoio.
Si salutarono lì, con un cenno semplice.
Matteo proseguì fino in fondo, dove c’era la sua.
A cena ognuno si serviva al buffet e poi andava a sedersi dove trovava posto.
Matteo prese il vassoio, si servì e cercò un tavolo libero, ancora con la stanchezza buona del servizio addosso.
Irene lo vide.
«Matteo, se vuoi puoi sederti qui con noi.»

Era insieme alle altre ragazze del bar.
Lui fece un mezzo sorriso.
«Come si fa a rifiutare questi inviti?» disse ridendo.
Si sedette accanto a loro.
Durante la cena, tra una battuta e l’altra e il rumore delle posate, una delle ragazze, Francesca, gli chiese:
«Tu non sei come noi di passaggio. Tu sei del settore, vero?»
Matteo annuì.
«Sì. Sono già dieci anni che lavoro.»
Non lo disse per vantarsi, ma come si racconta un dato di fatto.
Barbara gli chiese se aveva lavorato all’estero.
Matteo annuì.
Aveva lavorato in Germania, in Inghilterra. Era stato imbarcato anche su navi da crociera in giro per il mondo.
Lo raccontò con naturalezza, senza enfasi.
«Quindi conosci anche le lingue?» chiese qualcuna.
«Sì, parlo tedesco, francese e inglese.»
«Uhaa…» risposero tutte insieme.
Irene soltanto lo guardò con un sorriso diverso, più misurato.
Poi disse:
«Io invece sono alle prese con una macchina da scrivere. D’estate lavoro a valle come segretaria. Devo imparare bene a scrivere a macchina.»
Matteo la ascoltò.
Poi disse, con un mezzo sorriso:
«Io sono un bravo dattilografo.»
Rise.
«Non è uno scherzo. So scrivere con le dieci dita.»
Le ragazze lo guardarono divertite.
Irene replicò:
«Adesso ti stai gasando.»
Matteo si fece subito serio.
«No, scusami Irene. Sto dicendo il vero.»
Si fermò un attimo.
«E saprei anche insegnarti, se vuoi.»
Lo disse senza presunzione.
La cena intanto continuava, ma al tavolo l’attenzione era rimasta su di loro.
Dopo circa mezz’ora si alzarono.
Il dinner li aspettava.
Il ritmo tornò serrato, ordinato, come sempre quando la sala si riempie.
I giorni di Sant’Ambrogio passarono così.
Servizi pieni, movimento continuo.
Poi, piano piano, il fine settimana terminò.
Le macchine cominciarono a scendere verso valle.
L’albergo si svuotò.
Si tornò ai ritmi normali.
La stagione era davvero cominciata.
Matteo, quando poteva, andava a sciare tutti i pomeriggi.
Era anche per questo che gli piaceva Pampeago.
La neve lì aveva un ritmo diverso.
Ti svuotava la testa.
Quando scendeva lungo le piste sentiva il rumore degli sci sulla neve dura e il vento freddo sul viso.
Erano momenti brevi, ma bastavano a rimettere in ordine i pensieri.
Poi tornava verso l’albergo.
E quasi senza accorgersene passava sempre davanti al bar a prendere un caffè.
E a guardare Irene.
Non si fermava molto.
Solo il tempo di un saluto.
Di uno sguardo che durava un attimo più del necessario.
A metà settimana lei gli disse:
«Senti, Matteo… ma quelle lezioni promesse si faranno davvero o erano solo frottole?»
Lo disse con un mezzo sorriso, ma con curiosità vera.
Matteo la guardò serio.
«Certamente. Quando vuoi iniziare me lo dici. Sarei onorato di darti lezioni di dattilografia.»
Non c’era ironia nel tono.
Irene annuì.
«Allora questa sera, quando rientri dal servizio, se vuoi passa da me. Tanto sai dove sono.»
Matteo fece un cenno con la testa.
«Perfetto. A questa sera.»
Quella sera l’inverno sembrava più silenzioso del solito.
Matteo tornò in camera per prepararsi al servizio.
Ma il pensiero non era più soltanto alla sala.
Una macchina da scrivere lo aspettava.
E forse qualcosa di più.
2 Capitolo – Undici inverni di distanza – Sant’Ambrogio


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