🎒 Episodio XXVI – Valigie di cartone

Il ritorno e le promesse del futuro

Il lavoro continuava bene. Francesca era felice e soddisfatta e le settimane passavano veloci.

Nel mese di giugno, Franz trovò per Vito un lavoro come guardiano in uno stabile. Vito accettò con piacere: era un lavoro completamente diverso dalla galleria, meno pesante e con orari più regolari. Tutta la famiglia fu riconoscente verso Franz. Non doversi più alzare all’alba per scendere in galleria era già un grande cambiamento.

Dopo aver visto sistemato Vito, Antonio cominciò a pensare anche allo zio. Gli sarebbe piaciuto trovare, sempre tramite Franz, un lavoro migliore anche per lui.

Intanto si cominciava a parlare di ferie. Antonio aveva scritto a casa che usciva con una ragazza italiana ed era ansioso di tornare per qualche settimana in Italia.

Francesca invece non sarebbe tornata: Vito, fresco di nuovo lavoro, non poteva prendere subito le ferie e lei preferì restare.

Restava solo da definire con Franz l’inizio delle vacanze. Di solito erano tre settimane, e Antonio aspettava solo di sapere quando avrebbe potuto partire.

Intanto il veterinario si stava affezionando ad Antonio. Ormai, quando arrivava in azienda, era lui a chiedere di lui.

Una mattina, per caso, anche Franz era presente. Fu proprio lui a chiamare Antonio.

«Antonio, vieni un momento. Il veterinario ti sta cercando.»

Franz, incuriosito, decise di andare anche lui verso la stalla dove si trovavano.

Quando arrivò, vide il veterinario che parlava con Antonio.

«Questa giumenta è più che nervosa,» stava dicendo il dottore. «Non l’ho mai vista così.»

Antonio ascoltava in silenzio.

Poi si avvicinò all’animale.

Come faceva sempre, senza fretta, cominciò ad accarezzarla sul collo. La giumenta si muoveva nervosa, spostava il peso, sbuffava. Antonio continuava con calma, parlando piano.

Il veterinario lo guardava con attenzione.

«Stai attento,» gli disse.

Antonio annuì appena, ma non smise.

Dopo un po’ si avvicinò all’orecchio dell’animale e cominciò a sussurrare qualcosa. La giumenta continuava a muoversi, ma un poco alla volta sembrò ascoltare quella voce bassa.

A un certo punto fece un piccolo cenno con la testa. Gli altri lo notarono.

Antonio continuò ad accarezzarla. Poi, con molta calma, le chiese la zampa per controllare il ferro.

«Attento,» ripeté il veterinario.

Antonio sollevò la zampa e guardò con attenzione tutti i ferri. Uno dopo l’altro.

Non trovò niente di anomalo.

Lasciò la zampa, tornò vicino all’orecchio e riprese a sussurrare piano. Dopo qualche minuto la giumenta si calmò del tutto.

Il veterinario si avvicinò allora e poté fare i prelievi e le altre verifiche senza difficoltà.

Quando ebbe finito, guardò Antonio con soddisfazione.

Antonio lo salutò e stava per tornare al suo lavoro, ma il veterinario lo fermò un momento e lo abbracciò.

Poi Antonio uscì dalla stalla e tornò al reparto, come se nulla fosse.

Antonio parlò con lo zio delle ferie.
Decisero: l’ultima settimana di luglio e i primi quindici giorni di agosto, poi sarebbero tornati.

Antonio lo comunicò a Franz e, dopo alcuni giorni, Franz gli disse che tutto era stato programmato.

Un giorno Franz si presentò a casa di Francesca. Bussò e fu proprio Francesca ad aprire la porta.

«Buonasera.»

«Buonasera,» rispose lei.

Franz entrò, si sedette e accettò il caffè che Francesca gli offrì. Bevve con calma, poi disse:

«Volevo dirti una cosa.»

Francesca lo guardò.

«Antonio deve prendere la patente. Così potrà avere una macchina.»

Francesca rimase sorpresa.

«Con quali soldi?» chiese.

Franz rispose con tranquillità:

«Questa è una cosa che devi fare tu. Devi far studiare Antonio per prendere la patente. Al resto penso io.»

Fece una breve pausa.

«Quindi, appena torna dalle ferie, deve cominciare a studiare.»

Francesca annuì e ringraziò Franz.

La sera raccontò tutto ad Antonio.

Antonio ascoltò, poi scosse la testa.

«La macchina… e chi se lo può permettere?»

Puntuali, lo zio e Antonio partirono per fare ritorno a casa.

Antonio da una parte era contento, dall’altra lasciava Francesca. Però casa è sempre casa, e dopo tanti mesi lontano sentiva il bisogno di tornare.

Prima della partenza, come sempre, Franz passò a salutarlo. Gli portò diversi pacchi di cioccolata.

«Portali a casa,» disse. «Così fate contenti tutti.»

Era una quantità tale che Antonio scherzò dicendo che bastava per tutto il paese.

Salutò Francesca con un abbraccio lungo, senza troppe parole. Poi, con lo zio, si incamminò verso il viaggio di ritorno.

Durante il viaggio Antonio pensava.

Si torna a casa… e in pochi mesi sono successe tante cose.

Aveva trovato lavoro, si era fatto stimare, aveva conosciuto Francesca. Sentiva di aver fatto grandi progressi.

Dentro di sé pensava:

Sto diventando qualcuno.

E poi c’era quella novità.

La patente.

Franz glielo aveva detto chiaramente.

Antonio quasi sorrideva tra sé.

Io… con una macchina tutta mia… e porto a spasso Francesca.

Scosse la testa e sorrise.

«Mamma mia…» disse piano.

Il viaggio continuava, ma nella sua testa il futuro aveva già cominciato a muoversi.

Da Pescara, come sempre, il pullman impiegava un’eternità per raggiungere il paese. Strada dopo strada, curva dopo curva, il viaggio sembrava non finire mai.

Ma alla fine arrivarono.

Appena scesi, gli abbracci si sprecarono. Era passato del tempo e il ritorno a casa aveva sempre lo stesso sapore.

Antonio abbracciò calorosamente tutta la famiglia. La madre, il padre, i fratelli. Tutti volevano sapere, tutti volevano vedere come stava.

Dopo i saluti, Antonio si voltò verso lo zio.

Si strinsero la mano e si diedero un abbraccio breve ma sincero.

«Ci vediamo,» disse lo zio.

«Ci vediamo,» rispose Antonio.

Poi ognuno prese la strada verso casa propria.

La prima cosa che fece fu aprire la valigia.

Tirò fuori i pacchi di cioccolata e cominciò a distribuirli.

«Madonna quanta!» disse la mamma. «Ma perché? Bastava un pezzetto…

quando hai speso?»

Gli altri presero la cioccolata, ringraziarono e non dissero che era troppa. In fondo, per loro era una festa.

Poi Antonio tirò fuori il portafoglio. Anzi, non proprio un portafoglio. Si era cucito nella giacca un piccolo tascino, fatto da Francesca, dove teneva i soldi.

Antonio era soddisfatto.

Il padre lo abbracciò forte.

«Sei un bravo figlio. Dio ti benedica.»

Di solito sono le mamme a dire certe parole, ma quella volta fu il padre.

Antonio consegnò un po’ di soldi a lui, poi qualcosa ai fratelli e infine alla mamma.

In casa sembrava fosse arrivato Babbo Natale.

Nei giorni seguenti Antonio raccontò di Francesca. Disse alla famiglia che prima o poi l’avrebbe portata in paese.

Poi rimpatriò con gli amici, come succedeva sempre quando qualcuno tornava dall’estero. Ci si ritrovava, si parlava per ore, si raccontavano le esperienze fatte lontano da casa.

In quei pochi giorni di permanenza Antonio capì davvero cosa significava avere un lavoro, guadagnare e sentirsi apprezzato.

In paese, probabilmente, non avrebbe mai avuto quella possibilità.

Per questo era contento della scelta fatta di partire.

La mamma, come sempre, gli fece mangiare di tutto e di più. Ogni giorno c’era qualcosa di nuovo sulla tavola, come se volesse recuperare tutto il tempo in cui Antonio era stato lontano.

Con i soldi che aveva riportato, Antonio comprò anche diverse cose per la casa.

Per lui fu un orgoglio molto forte. Sentiva di poter finalmente dare una mano alla famiglia, non solo con le parole, ma con fatti concreti.

Lo zio, in più di un’occasione, raccontò alla famiglia quello che Antonio stava facendo in Svizzera. Lo lodò davanti a tutti, dicendo che stava lavorando bene e che si stava facendo apprezzare.

Parlò anche del lavoro che Franz aveva trovato per Vito e, ridendo, accennò che magari Antonio avrebbe trovato presto un lavoro nuovo anche per lui.

Tutti risero.

Antonio però rispose con calma:

«Ci ho già pensato. Aspetto il momento opportuno.»

La ripartenza si avvicinava.

Questa volta però Antonio non era triste. Certo, lasciare casa dispiaceva sempre, ma ormai aveva capito che la vita era quella.

Il giorno della partenza salutò tutti come sempre, con abbracci e qualche parola in più.

Poi, insieme allo zio, salì sull’autobus per fare ritorno in Svizzera.


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