3 -Undici inverni di distanza

Capitolo 3 – Lezioni di dattilografia

Finito il servizio, Matteo non andò in camera sua.

Passò dalla camera di Irene, che divideva con un’altra ragazza.

Bussò.

Fu Irene ad aprire.

«Entra, Matteo.»

Aveva già tolto la divisa. I capelli sciolti le cadevano sulle spalle.

«Ciao» disse la coinquilina con un sorriso curioso. Si chiamava Sara.

«Ecco la macchina da scrivere» disse lei.

Era appoggiata sul tavolo, pronta.
Nera, solida, con qualche segno d’uso.

Matteo si avvicinò e la osservò con attenzione.
La girò leggermente, controllò il nastro, i rulli, i tasti.

Fece scorrere il carrello avanti e indietro.

Poi si sedette.

«Si inizia.»

«Sì» disse lei, sedendosi composta davanti alla tastiera.

Matteo cominciò spiegando prima la meccanica: le varie parti, il nastro, il carrello, la leva di ritorno.

Parlava con tono calmo, preciso, come se fosse davvero in aula.

Irene lo ascoltava attenta.
Non per cortesia. Per interesse.

«Cavolo» disse a un certo punto. «Allora la cosa è seria.»

Matteo annuì.

«Le bugie hanno le gambe corte. Se non fosse vero, l’avresti scoperto subito.»

Dopo la spiegazione fece sedere meglio Irene al suo posto.

Matteo la trovava bella e interessante.
In quell’occasione ancora di più.

Aveva un accappatoio bianco e un foulard al collo.

Non c’era niente di studiato in lei. Era naturale.
E proprio per questo colpiva.

Matteo iniziò insegnando come mettere la carta, come allinearla e fissarla bene al rullo.

«La carta deve entrare dritta. Se parte storta, ti porterai l’errore fino in fondo.»

Poi spiegò la posizione delle dita, se si voleva scrivere con più dita.

Le prese le mani.

Le posò sulla tastiera.

Le dita di lei erano fredde. Le sue calde.

Dentro di sé ebbe un brivido.

Non lo lasciò vedere.

Cominciarono con gli esercizi.

ASDF
JKLÒ

La prima sera fu soprattutto una panoramica… di quello che avrebbero dovuto fare: posizione delle mani, postura, ritmo.

Intanto arrivò la mezzanotte senza accorgersene.

Fu Sara a interromperli.

«Signori, è mezzanotte. Si va a nanna.»

Irene e Matteo si guardarono, quasi sorpresi dal tempo che era scivolato via.

«Caspita» fece lei. «Si è fatto tardi. Ma sono contenta, Matteo.»

Poi aggiunse, più seria:

«Ma avrai la pazienza per insegnarmi?»

Matteo annuì.

Dentro di sé qualcosa si muoveva.
Non era soltanto orgoglio.

Ma guai a farsene accorgere.

Lei non era una ragazzina.

Non sapeva quanti anni in più avesse, ma lo sentiva.

C’era in lei una misura diversa, un modo più fermo di stare al mondo.

Quindi guai a mostrarsi innamorato come un principiante.

Matteo tornò in camera.

Marco e Luca erano già lì.

«Oh, dove sei stato?» chiese Marco appena lo vide entrare.

Luca lo guardò con aria sospetta.

«Non dirmi che eri a fare il maestro…»

Matteo spiegò subito.

La macchina da scrivere.
Le lezioni.
La mezzanotte arrivata senza accorgersene.

Scoppiarono le risate.

«Lezioni di dattilografia… certo!» disse Marco.

«Con le dieci dita, mi raccomando!» aggiunse Luca.

Matteo sorrise, ma non si difese troppo.

Si sedette sul letto e si tolse le scarpe lentamente.

Era attratto da quella donna.

Non poteva negarlo nemmeno a sé stesso.

Ma non poteva assolutamente dichiararsi.

Non la conosceva davvero. Non sapeva quasi nulla di lei, se non quello che aveva visto in quei giorni.

E poi lei non era una ragazzina.

C’era una distanza che non era solo di anni.

Il desiderio, però, c’era eccome.

E proprio per questo andava tenuto a bada.

I giorni seguenti Matteo continuò a sciare nel pomeriggio.

Le piste, quando poteva, erano il suo modo di respirare.

La sera, a volte, si usciva insieme.

Ma più spesso si studiava.

La macchina da scrivere diventò un appuntamento quasi naturale.

Intanto la direttrice era contenta che scendesse da solo al bar per controllare il traffico.

Lo vedeva come un aiuto, un segno di responsabilità.

Ma guai a dirle la verità.

Guai a dirlo anche agli altri.

Quel piccolo mistero Matteo lo custodiva con cura.

E proprio quel silenzio lo rendeva contento e sereno.

C’era qualcosa di suo in tutto questo.

Ma quello di cui Matteo aveva paura era che Irene si accorgesse di quell’interesse.

E che tutto potesse finire prima ancora di cominciare.

Per questo non una parola di troppo.

Non un gesto fuori posto.

Sempre misurato.

Durante le lezioni, quando a volte lei sbagliava e lui la correggeva, lei si stringeva un po’ verso di lui.

Matteo non sapeva se fosse naturale.

O se anche lei cominciasse a sentire qualcosa.

Le dita che si sfioravano per sistemare la posizione, il foglio da riallineare, il carrello da riportare a inizio riga.

Piccoli gesti.

Si parlava.

Di lavoro.
Di stagione.
Di sci.

Ma lei non diceva mai niente del suo passato.

E nemmeno Matteo voleva chiedere.

Per non insospettire.

Per non rompere quell’equilibrio sottile.

Così restavano lì.

Vicini.

Ma senza superare il confine.

Una sera la trovò con il solito accappatoio bianco.

Sara era uscita.

Ma quella sera senza foulard.

Matteo si fermò un attimo sulla soglia.

Mamma mia, pensò. E adesso come faccio a trattenermi.

Non sapeva come fare per essere naturale.

Lei si sedette davanti alla macchina da scrivere come sempre, ma l’atmosfera era diversa.

Più silenziosa.
Più vicina.

Quando lei si stringeva un po’, Matteo aveva sempre un colpo dentro.

Un movimento improvviso nel petto.

Il desiderio cresceva.

Ma tutto rimaneva lì.

Nelle mani ferme.
Nella voce controllata.
Negli esercizi ripetuti.

ASDF.
JKLÒ.

La macchina da scrivere faceva il suo rumore regolare.

Lui spiegava.
Lei ascoltava.

E tra una riga e l’altra, nessuno dei due diceva ciò che stava davvero succedendo.

La macchina da scrivere continuò a battere ancora per qualche minuto.

Poi il silenzio tornò nella stanza.

Lei alzò lo sguardo dal foglio.

«Sto migliorando?» chiese.

Matteo annuì.

«Sì. Molto.»

Non aggiunse altro.

Lei si alzò per sistemare il foglio e per un attimo si trovarono troppo vicini.

Non si toccarono.

Non serviva.

Matteo abbassò gli occhi sulla tastiera.

Fuori, la neve aveva ricominciato a cadere.

«A domani?» disse lei con naturalezza.

«A domani.»

Matteo uscì dalla stanza con il cuore più veloce di quando era entrato.

Camminando nel corridoio capì una cosa semplice.

Non stava più insegnando soltanto a scrivere.

Stava imparando a trattenersi.

E quell’inverno, adesso, aveva cambiato passo.


Commenti

2 responses to “3 -Undici inverni di distanza”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    No, mai fatta una Stagione…

  2. Ciao Domenico,
    lavorare in albergo e fare le stagioni… non è solo lavoro.
    È un modo di vivere.
    Ogni inverno o estate è una storia, e quando torni a casa non sei mai esattamente lo stesso.

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