
Valigie di cartone – Il ritorno da Francesca
Dopo i giorni passati in paese, tra famiglia, amici e tavole sempre piene, arrivò di nuovo il momento di partire.
Antonio ormai conosceva bene quella sensazione. Non era più la tristezza dei primi tempi, quando la partenza sembrava uno strappo difficile da sopportare. Adesso era qualcosa di diverso. Una malinconia tranquilla, quasi composta, come se avesse imparato che la vita ormai era fatta di andate e ritorni.
Salutò la mamma per ultima, come faceva sempre.
Lei gli sistemò il colletto della camicia con quel gesto che non cambia mai, nemmeno quando i figli diventano uomini.
«Mangia,» gli disse. «E stai attento.»
Antonio sorrise.
«Sì, mamma.»
Il padre gli strinse la mano forte, poi lo abbracciò senza troppe parole. I fratelli fecero più confusione del solito, come se volessero rendere la partenza meno seria.
Qualcuno gli infilò in tasca un pezzo di pane, qualcun altro una fetta di formaggio avvolta nella carta.
«Per il viaggio,» dissero.
Antonio li guardò e sorrise. Sapeva che non era solo cibo. Era un modo per accompagnarlo ancora per un po’.
Poi lui e lo zio salirono sull’autobus.
Il viaggio verso la Svizzera ricominciò come sempre: curve, soste, silenzi e qualche chiacchiera tra passeggeri che avevano tutti la stessa storia negli occhi.
Erano uomini e ragazzi che partivano per lavorare. Alcuni tornavano dopo le ferie, altri partivano per la prima volta.
Si riconoscevano subito.
Non servivano molte parole.
Quando arrivarono a Pescara presero il treno che li avrebbe portati verso nord.
Antonio si sedette vicino al finestrino. Guardava fuori mentre il paesaggio cambiava lentamente.
Prima le colline dell’Abruzzo, poi le pianure più larghe, poi i paesi che sembravano sempre più distanti tra loro.
Ogni tanto qualcuno entrava nello scompartimento, salutava, chiedeva se il posto fosse libero.
Lo zio ogni tanto si assopiva.
Antonio invece restava sveglio.
Pensava.
Ripensava ai giorni passati a casa, alle parole del padre, alle risate con gli amici, alla mamma che continuava a riempire i piatti come se temesse che lui potesse partire affamato.
Ma pensava anche a Francesca.
La immaginava mentre lavorava, mentre sistemava la casa, mentre parlava con la madre.
Non le aveva detto con precisione quando sarebbe arrivato.
Voleva farle una sorpresa.
Il viaggio durò molte ore.
Quando finalmente arrivarono, era già sera.
L’aria era diversa da quella del paese. Più fresca, più ordinata, con quell’odore di città che Antonio ormai riconosceva subito.
Lo zio tornò verso casa.
Antonio invece prese subito la strada che portava da Francesca.
Camminava con passo veloce.
Ogni tanto rallentava, come se volesse prolungare quell’attesa.
Quando arrivò davanti alla porta si fermò un momento.
La luce della cucina filtrava dalle tende.
Dentro si sentivano rumori di piatti e di pentole.
Antonio bussò.
Passarono pochi secondi.
Poi si sentirono dei passi.
La porta si aprì.
Francesca rimase immobile per un secondo.
«Antonio…»
Lui sorrise appena.
«Sono tornato.»
Lei non disse altro.
Fece un passo avanti e lo abbracciò forte.
Un abbraccio lungo, pieno di quel silenzio che nasce quando due persone si sono mancate davvero.
«Non pensavo arrivassi oggi,» disse finalmente.
«Nemmeno io,» rispose Antonio ridendo piano.
Entrarono in casa.
La mamma di Francesca arrivò subito dalla cucina.
«Antonio!»
Lo salutò con affetto, come se fosse uno di famiglia.
«Sei dimagrito,» disse guardandolo.
Antonio rise.
«Impossibile. Con quello che mi ha fatto mangiare mia madre…»
La donna sorrise.
«Allora siediti. Qui c’è ancora qualcosa in pentola.»
Antonio si sedette al tavolo.
Francesca lo guardava in silenzio, come se volesse recuperare in pochi minuti tutte le settimane passate lontano.
«Allora?» chiese lei.
«Allora cosa?»
«Racconta.»
Antonio cominciò.
Raccontò degli amici, delle serate in paese, dei fratelli che crescevano, delle chiacchiere in piazza, delle lunghe passeggiate per le strade che conosceva da sempre.
Raccontò anche della famiglia, delle risate, della mamma che continuava a cucinare come se dovesse sfamare un esercito.
Francesca rideva.
«Le mamme sono tutte uguali.»
Antonio annuì.
«Sì. E meno male.»
Mangiarono insieme.
Non era una cena speciale.
Un po’ di minestra, pane fresco e formaggio.
Ma a volte le cose semplici hanno un sapore più forte di tutto il resto.
A un certo punto Francesca si ricordò di una cosa.
«Ah… Franz è passato.»
Antonio alzò lo sguardo.
«Davvero?»
«Sì. Ha chiesto se eri tornato.»
Antonio sorrise.
«Allora domani lo vedrò.»
Francesca lo guardò con un’espressione curiosa.
«E la patente?»
Antonio fece una smorfia.
«Eh… quella.»
Lei incrociò le braccia.
«Franz è stato molto chiaro.»
Antonio sospirò.
«Lo so.»
Poi sorrise.
«Immagina però…»
«Cosa?»
«Io con una macchina.»
Francesca scoppiò a ridere.
«Sarebbe un miracolo.»
Antonio la guardò serio, ma con gli occhi che brillavano.
«E invece succederà.»
Lei lo fissò negli occhi.
«Allora promettimi una cosa.»
«Quale?»
«La prima volta che avrai una macchina…»
Fece una pausa.
«Mi porti al lago.»
Antonio annuì.
«Promesso.»
Rimasero qualche secondo in silenzio.
Fuori la sera era scesa del tutto.
La finestra rifletteva la luce della cucina e, dietro i vetri, la strada era ormai quasi deserta.
Antonio si rese conto di una cosa semplice ma importante.
Era tornato.
Non solo al lavoro.
Ma anche a lei.
E in quel momento capì che, tra tutte le strade percorse da quando era partito dall’Abruzzo, quella che portava alla porta di Francesca era diventata la più importante di tutte.
Antonio rimase ancora un po’ seduto a tavola.
Francesca sparecchiava con calma, mentre la madre sistemava le pentole sul fornello. In casa si sentiva quell’atmosfera tranquilla delle sere normali, quelle che non hanno niente di speciale ma che, proprio per questo, restano nella memoria.
«Allora domani torni al lavoro?» chiese Francesca.
Antonio annuì.
«Sì. Meglio riprendere subito. Franz non ama chi perde tempo.»
Lei sorrise.
«E tu non sei uno che perde tempo.»
Antonio fece spallucce.
«Cerco solo di fare bene le cose.»
Dopo cena uscirono un momento.
La sera era fresca e silenziosa. Le luci delle case illuminavano la strada con quella precisione tipica dei paesi svizzeri, dove tutto sembra essere al posto giusto.
Camminavano lentamente.
Francesca teneva le mani intrecciate davanti a sé, mentre Antonio ogni tanto guardava le finestre illuminate, i marciapiedi puliti, le strade ordinate.
«Sai una cosa?» disse a un certo punto.
«Cosa?»
«Quando sono tornato al paese… mi sembrava tutto più piccolo.»
Francesca lo guardò.
«Piccolo?»
«Sì. Non brutto. Sempre bello… ma piccolo.»
Fece una pausa.
«Quando parti succede una cosa strana. Ti sembra di vivere in due mondi diversi.»
Francesca annuì lentamente.
«Lo so.»
«Da una parte c’è casa.»
«E dall’altra?» chiese lei.
Antonio guardò la strada davanti a sé.
«Dall’altra c’è il futuro.»
Camminarono ancora per qualche minuto senza parlare.
Arrivarono vicino al ponte dove spesso si fermavano la sera. Da lì si sentiva l’acqua scorrere piano, con quel rumore continuo che faceva compagnia ai pensieri.
Francesca si appoggiò alla ringhiera.
«Ti è mancata?» chiese all’improvviso.
Antonio la guardò.
«Cosa?»
«Questa.»
Indicò il paese, la strada, le luci.
Antonio rifletté un momento.
«Sì.»
Poi aggiunse:
«Ma mi sei mancata più tu.»
Francesca abbassò lo sguardo, ma non disse niente.
Rimasero ancora un po’ lì, in silenzio.
Poi tornarono verso casa.
Prima di salutarla, Antonio rimase un attimo sulla porta.
«Domani passo dopo il lavoro.»
«Ti aspetto.»
Si salutarono con un abbraccio semplice, senza fretta.
Quando Antonio tornò verso la casa dello zio, la notte era ormai scesa del tutto.
Lo zio era già seduto in cucina.
«Allora?» chiese.
Antonio sorrise.
«Tutto bene.»
Lo zio annuì.
«Lo sapevo.»
Si sedettero ancora qualche minuto a parlare del viaggio, del paese, della famiglia.
Poi Antonio andò a dormire.
Episodio XXVII – Valigie di cartone

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