Episodio XXVIII – Valigie di cartone

La patente

La mattina dopo Antonio si svegliò presto, quasi prima della sveglia.

Era una sensazione strana: come se il corpo sapesse già che era tornato alla vita di sempre. Dopo i giorni passati a casa, tra la famiglia e il paese, riprendere il ritmo del lavoro sembrava quasi naturale.

Aprì gli occhi e rimase qualche secondo a guardare il soffitto.

Fuori era ancora presto. Dalla finestra entrava una luce chiara e fredda, quella delle mattine svizzere, precise e silenziose.

Lo zio era già partito.

Antonio uscì di casa e salì sull’autobus.

Durante il tragitto guardava fuori dal finestrino.

I campi scorrevano lentamente, le case ancora addormentate, qualche contadino già al lavoro.

Quando l’autobus si fermò alla solita fermata, Antonio scese e si incamminò verso la stalla.

Entrò nel magazzino dove tenevano gli attrezzi e prese la sua bicicletta, che lasciava sempre lì.

La tirò fuori, controllò al volo le ruote e salì in sella.

Da lì al lavoro c’erano ancora alcuni minuti di strada.

Pedalava tranquillo lungo il sentiero che ormai conosceva bene. Il sole cominciava a salire dietro le montagne e l’aria del mattino aveva quell’odore fresco di erba e terra bagnata.

La strada era la stessa di sempre.

Eppure quella mattina qualcosa era diverso.

Dentro la testa di Antonio cominciava a ronzare un pensiero.

Uno solo.

La patente.

La patente.

Continuava a tornargli in mente, come una parola che non voleva uscire dalla testa.

Franz lo aveva detto chiaramente.

Doveva prenderla.

Antonio pedalava e pensava.

Una macchina.

Lui alla guida.

Francesca seduta accanto.

Scosse la testa e sorrise tra sé.

«Mamma mia…»

Pedalò ancora un po’, mentre il sole illuminava ormai tutta la valle.

Il lavoro lo aspettava.

Ma da quella mattina in poi, nella sua testa, una parola avrebbe continuato a tornare sempre.

Patente.

Patente.

Patente.

Salutò gli altri operai, che lo accolsero con calore. Qualcuno gli batté una mano sulla spalla, qualcun altro gli chiese del paese, della famiglia, delle ferie passate in Italia.

Antonio rispondeva con il suo solito sorriso tranquillo.

Il lavoro riprese come sempre. Le stalle avevano il loro odore familiare, gli animali si muovevano lentamente nei box e il rumore degli attrezzi riempiva l’aria del mattino.

Passarono le ore senza che quasi se ne accorgesse.

Verso la tarda mattinata arrivò Franz.

Entrò nel cortile con il suo passo deciso e, appena vide Antonio, si avvicinò subito a lui.

«Antonio!»

Antonio si voltò.

Franz gli andò incontro e lo abbracciò con affetto.

«Bentornato.»

«Grazie.»

Franz lo guardò per qualche istante.

«Allora, tutto bene? La famiglia? Il paese?»

Antonio annuì.

«Sì, tutto bene. Tutti vi salutano.»

Franz sorrise.

«Mi fa piacere.»

Rimasero qualche momento a parlare della famiglia, del viaggio, dei giorni passati a casa. Franz gli fece diverse domande, curioso di sapere come erano andate le ferie.

Poi, a un certo punto, Franz cambiò tono.

«Antonio.»

«Sì?»

«Vieni con me.»

Antonio lo guardò.

«Dove?»

Franz fece un piccolo gesto con la mano.

«Andiamo a prendere un caffè nel paese qui vicino.»

Fece una breve pausa.

«Dobbiamo parlare.»

Antonio annuì.

Capì subito che non era una semplice pausa.

Franz aveva qualcosa di importante da dirgli.

Si tolse i guanti da lavoro, li appoggiò sul banco e seguì Franz verso l’uscita della stalla.

Il sole era ormai alto e il paese si vedeva poco più in là, tra le case e gli alberi.

Arrivati nel piccolo paese vicino alla stalla entrarono nel bar.

Era uno di quei bar semplici, frequentati soprattutto da operai e contadini. Dentro c’era odore di caffè e di dolci appena fatti. Dietro il bancone la macchina del caffè sbuffava piano.

Franz salutò il barista con un cenno della mano.

«Due caffè.»

Il barista annuì e in pochi istanti posò sul bancone due tazzine di caffè con la crema, insieme a un piattino con alcuni dolcetti.

Si sedettero a un tavolino vicino alla finestra.

Per qualche momento rimasero in silenzio, bevendo il caffè.

Poi Franz iniziò a parlare.

«Senti, Antonio…»

Antonio alzò lo sguardo.

Franz continuò con calma.

«Come sai io ho fiducia in te.»

Antonio annuì leggermente.

Franz prese uno dei dolcetti dal piattino.

«E visto che a breve mi arriveranno altri impegni,» disse, «tu dovrai occuparti di questa stalla e anche delle altre.»

Antonio lo guardava attentamente.

«Dovrai seguire il lavoro qui, il rapporto con il veterinario e anche le manutenzioni che ci saranno da fare.»

Fece una breve pausa.

«Per questo avevo parlato con Francesca della patente.»

Antonio annuì di nuovo.

Franz continuò.

«Perché con una macchina puoi muoverti liberamente. Puoi andare da una stalla all’altra, parlare con il veterinario, controllare i lavori.»

Poi aggiunse:

«E io sarò più libero di occuparmi di altre cose.»

Antonio ascoltava in silenzio.

Franz bevve un sorso di caffè e concluse:

«Quindi dacci dentro. È importante.»

Fece un piccolo sorriso.

«La scuola guida è qui nel paese. Ho detto a Francesca di andare a parlare.»

Poi aggiunse con naturalezza:

«È già tutto pagato.»

Antonio rimase per un attimo in silenzio.

Non si aspettava una cosa del genere.

Guardò Franz con riconoscenza.

Franz però fece un gesto con la mano, come per chiudere il discorso.

«Adesso tocca a te.»

Antonio annuì.

Quella non era solo una patente.

Era un segno di fiducia.

E lui lo sapeva bene.

Tornato a casa, Antonio non perse tempo.

Andò subito da Francesca.

Quando lei aprì la porta capì subito che doveva esserci qualcosa di importante.

«Che succede?» chiese.

Antonio sorrise.

«Franz vuole che prenda la patente.»

Francesca non sembrò sorpresa.

«Lo so,» rispose con tranquillità. «Me lo aveva già detto.»

Antonio la guardò.

«E allora?»

«Allora andiamo.»

Uscirono quasi subito e si incamminarono verso la scuola guida nel paese.

Per queste cose Antonio non era molto adatto. Tutte quelle carte, le spiegazioni, le domande lo mettevano sempre un po’ in difficoltà.

Francesca invece era molto più preparata.

Si muoveva con sicurezza, parlava con naturalezza e sapeva bene come sistemare tutto.

In più parlava anche il tedesco.

Lei, in fondo, era cresciuta lì. Si poteva quasi dire che fosse svizzera, e per Antonio questo era un grande vantaggio.

Arrivati alla scuola guida entrarono.

Francesca parlò con l’impiegato, spiegò la situazione, compilò i moduli e sistemò tutte le carte.

Antonio stava lì accanto, ascoltando e annuendo quando serviva.

Nel giro di poco tempo era tutto fatto.

Quando uscirono, Francesca gli sorrise.

«Bene. Da domani si studia.»

Antonio fece una smorfia.

«Mamma mia…»

Francesca rise.

«Non fare quella faccia. Ti aiuto io.»

E così fu.

Dal giorno dopo Antonio cominciò a studiare.

La sera, dopo il lavoro, si sedevano al tavolo della cucina. Francesca apriva il libro dei segnali stradali e gli spiegava con pazienza ogni cosa.

Antonio ascoltava, cercava di capire e ogni tanto faceva qualche domanda.

Non era facile.

Ma con l’aiuto di Francesca, giorno dopo giorno, cominciò a imparare.

La patente ormai non era più solo un’idea.

Stava diventando una realtà.


Commenti

One response to “Episodio XXVIII – Valigie di cartone”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    CHE FIDUCIA, Antonio.

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