
Capitolo 4 – Ti devo dire delle cose
Qualche giorno prima di Natale, prima che iniziasse il pienone e quindi non fosse più possibile assentarsi fino alla Befana, Irene glielo disse con semplicità.
«Prendo due giorni di permesso.»
Non aggiunse altro.
Lo disse mentre sistemava alcuni fogli nella macchina da scrivere, come se fosse una comunicazione qualsiasi.
Matteo annuì.
Fece una faccia appena percettibile. Un’ombra. Non più di questo.
Non chiese dove andasse.
Non chiese con chi.
«Fai bene» disse soltanto.
Dentro sentì qualcosa scendere di colpo, ma lo nascose.
Lei lo guardò un attimo più a lungo del solito.
Si accorse.
Non disse niente.
Tra loro c’era ormai quella capacità nuova: leggere senza chiedere.
Le lezioni continuarono come sempre.
Le dita sulla tastiera.
Il rumore regolare dei tasti.
La neve che fuori cadeva più fitta.
Ma quella sera, per la prima volta, Matteo capì che quell’inverno non gli apparteneva del tutto.
I due giorni di assenza li sentì eccome.
Ma non poteva farci niente.
L’importante era restare sereno.
Continuò a sciare come sempre.
Era la sua passione.
Matteo era diventato bravo. Seguiva spesso i maestri, ascoltava i loro consigli. Quando potevano, gli facevano anche qualche lezione gratis.
Sulle piste si sentiva leggero. Aveva imparato bene e migliorava sempre.
Prima di scendere sotto e passare al bar, si fermava quasi sempre in una delle tante baite lungo le piste, insieme a qualche sciatore incontrato durante la giornata.
Una Williams era di rito. Così, dicevano, la discesa veniva meglio.
A volte si mangiava anche qualcosa: un panino caldo, una fetta di torta.
E si cantava.
E come si cantava, specialmente dopo alcune grappe.
Le risate riempivano la baita, le voci si sovrapponevano, qualcuno batteva le mani sul tavolo per tenere il tempo.
Poi si rimettevano gli sci.
E infatti, ogni tanto, quando scendeva, era un po’ brillo.
Niente che si notasse davvero.
Solo nella sua testa.
Ma sugli sci restava sicuro.
Più sicuro.
Andava comunque al bar, come sempre.
Altrimenti sarebbe sembrato evidente.
E la direttrice apprezzava che controllasse il traffico.
Sara lo vide entrare.
«Allora, Irene si è presa due giorni…»
Matteo fece un mezzo cenno con la testa.
«Eh sì. Poi arriva Natale e non è più possibile.»
Lo disse con tono normale.
Come se non cambiasse niente.
Ma dentro sentiva il vuoto di quelle due sere.
Arrivò anche Luca.
«Senti… allora questa sera si esce insieme, vero dongiovanni?» disse ridendo.
Matteo lo guardò serio.
«Ma quale dongiovanni. Non dirlo neanche per scherzo.»
Lui rise ancora di più.
Quella sera uscirono insieme.
E anche la sera dopo.
Matteo, Luca , Marco e le ragazze del bar.
Si andava giù al solito posto, si prendeva qualcosa da bere, si parlava del lavoro e della stagione che stava entrando nel pieno.

Marco era insieme a una cameriera ai piani.
Luca no.
Non aveva nessuno, almeno per il momento.
Matteo c’era.
Rideva, parlava.
Ma nei momenti di silenzio, il pensiero tornava sempre lì.
A quei due giorni che mancavano ancora.
Uscì anche Sara con loro.
Si sedettero allo stesso tavolo, tra risate e bicchieri che si svuotavano piano.
Tra una chiacchiera e l’altra, Sara si avvicinò un po’ di più a Matteo.
«Irene sarà andata dall’amoroso, visto che è divorziata… quindi libera.»
Lo disse senza malizia, come un’osservazione normale.
Matteo rimase un attimo in silenzio.
«Non lo so» rispose.
«Lei non mi parla mai delle sue cose. Di solito sono io a parlare di me. Lei non si pronuncia mai.»
Sara annuì.
«Hai ragione. In effetti sei tu quello solare.»
Poi aggiunse, con tono più serio:
«Ma vedi, lei è più grande. A me potrebbe essere quasi una madre. E anche tu sei più giovane di lei. Quindi trovo posato e giusto il suo comportamento.»
Fece una pausa.
«Però è una brava donna.»
Matteo non disse niente.
Quelle parole gli rimasero addosso più del freddo della sera.
Il giorno dopo iniziò come sempre con le colazioni e poi il pranzo.
Il lavoro era tranquillo, senza il caos dei giorni precedenti.
A metà mattina fu invitato dalla direttrice a scendere al bar per un aperitivo veloce. Diede una mano, sistemò qualche ordinazione, poi tornò su per il servizio del lunch.
Finito il turno, si tolse la divisa in fretta, infilò gli scarponi e via.
Si ripartiva per altre discese.
Quel giorno anche Luca seguì Matteo.
Marco invece non sciava.
Le piste erano belle, ben sistemate. La neve teneva bene, compatta al punto giusto.
Era un vero piacere scendere.
Curva dopo curva, il freddo tagliava il viso ma lasciava dentro una sensazione pulita.
Matteo si sentiva in equilibrio.
Il lavoro al mattino.
La neve al pomeriggio.
E il pensiero che presto sarebbe arrivato Natale.
Certamente il Natale lontano da casa, dagli affetti, non era roba da poco.
Le luci.
Le famiglie che arrivavano in albergo con i pacchi.
Le telefonate veloci fatte dal corridoio con il gettone in mano.
Non era semplice.
Ma per uno che di mestiere fa le stagioni, questo purtroppo è scontato.
Si impara presto che le feste non sempre capitano nel posto giusto.
A volte si festeggia con chi capita.
A volte si lavora mentre gli altri brindano.
E si fa finta che vada bene così.
Matteo lo sapeva.
Faceva parte del mestiere.
Come le valigie sempre pronte.
Come le partenze senza troppe spiegazioni.
Come i Natali lontani da casa.
Durante la cena Matteo era seduto al tavolo con Sara.
Si prendeva da mangiare dal buffet come sempre e ci si accomodava.
All’improvviso comparve Irene.
«Fatemi posto» disse. «Ci sono anche io.»
Si sedette accanto a loro.
Era ancora più bella.
Salutò tutti con un sorriso, ma il suo sguardo cercò subito Matteo.
Si salutarono con naturalezza.
Nessuna scena.
Nessuna domanda sui due giorni.
Si discusse come sempre del lavoro, del pienone che stava per arrivare, del Natale alle porte.
A un certo punto Irene si voltò verso di lui.
«Senti… vieni questa sera.»
Matteo aspettava quella frase.
Ma con garbo rispose:
«Sì, a stasera.»
Poi si alzarono.
E via con il dinner.
Il lavoro non aspettava nessuno.
Durante il dinner la direttrice chiamò Matteo.
«Senti, dopo vai in discoteca? Il barman si è ammalato.»
Il bar degli sciatori, la sera, si trasformava in discoteca.
Matteo annuì.
«Sì.»
Non c’era molto da aggiungere.
Finito il servizio andò prima nella camera di Irene.
Lei stava già aspettando.
«Devo andare in discoteca» disse Matteo.
«Il barman si è ammalato.»
Irene si alzò senza fare domande.
Gli si avvicinò.
Gli diede un bacio.
«Va bene. Recuperiamo domani sera.»
Lo disse con naturalezza, ma nei suoi occhi c’era una luce diversa.
Matteo la percepì.
Poi aggiunse, quasi trattenendo qualcosa:
«Ti devo dire delle cose. Ma adesso vai.»
Matteo la guardò un attimo.
Avrebbe voluto restare.
Ma il lavoro chiamava.
«A domani.»
E scese verso la discoteca.
La musica era già alta quando Matteo entrò nella discoteca.
Luci colorate, voci sovrapposte, sciatori che ridevano come se il Natale fosse già arrivato.
Si mise dietro al bancone.
Mani veloci.
Bicchieri che tintinnavano.
Cocktail preparati senza pensarci.
Ma la testa non era lì.
Ogni tanto, tra una ordinazione e l’altra, ripensava a quel bacio.
Non era stato lungo.
Non era stato teatrale.
Ma era diverso.
E quella frase gli rimbalzava dentro.
Ti devo dire delle cose.
La musica saliva.
La pista si riempiva.
Fuori la neve continuava a cadere, silenziosa.
Dentro, tutto era rumore.
Matteo serviva, sorrideva, rispondeva.
Ma sapeva che quella notte non sarebbe finita con la discoteca.
Sarebbe finita il giorno dopo.
Quando finalmente avrebbe saputo.


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