6 -Undici inverni di distanza

Capitolo 6 – Vin brulè sotto la seggiovia

Con il Natale il lavoro era tornato duro.

Turni lunghi.

Mattina presto con le colazioni, pranzo pieno, dinner senza respiro.

Ma non solo.

Il pomeriggio Matteo passava sempre a controllare il bar degli sciatori.
Osservava il traffico, dava una mano se serviva.

Poi la sera, se c’era bisogno, andava in discoteca e restava fino a tardi.

Altrimenti, verso mezzanotte, tornava in camera.

Fino alla Befana niente sci pomeridiano.

Solo lavoro.

Matteo pensò che forse era meglio così, alla luce di quello che Ida gli aveva detto.

Meno tempo libero.
Meno occasioni per pensare.

Di pomeriggio, però, non si fermava più al bar.

Per tutto il periodo natalizio si spostava all’inizio degli impianti di risalita.

Lì serviva vin brulè.

Tra il vapore che saliva dalle pentole e il freddo che tagliava le mani, vedeva passare sciatori stanchi e famiglie infreddolite.

Il vino caldo profumava di cannella e agrumi.

Il 26 dicembre, Santo Stefano, quando scese al bar per poi andare verso le piste, la direttrice lo chiamò.

«Senti… lei è la figlia di una mia carissima amica.»
Fece una pausa.
«Ma questo lo sai già.»

Matteo si mise a ridere.

«Però ho sempre sperato in una presentazione ufficiale.»

La direttrice rise.

«Si fermerà fino alla ripresa delle lezioni universitarie. E durante tutto il periodo natalizio, cioè fino alla Befana, il pomeriggio verrà con te così non rimane tutto il tempo alla cassa e respira un po’ di aria buona.»

Matteo conosceva Elena.

Era arrivata dopo Sant’Ambrogio.

Il suo arrivo aveva scombussolato un po’ il personale per la sua bellezza, il portamento e quell’espressione solare che sembrava non temere il freddo.

Quando era arrivata, fu Macoa dirlo per primo, tornando Matteo da un pomeriggio a sciare.

«Nicò… madonna mia, è uno spettacolo. Alta, slanciata, solare.»

Rientrò anche Luca e confermò.

«Io mi sono già presentato.»

«Anch’io» disse Marco

Matteo li guardò e rise.

«Avete già cominciato a fare i cascamorti?»

Risero tutti.

«Allora,» disse Matteo, «se è davvero così, per me non c’è nessuna speranza. Io non ho il vostro fisico.»

Ed era vero.
Marco e Luca erano entrambi molto attraenti.

La sera, durante il pasto del personale, anche Matteo si presentò.

«Piacere di averti con noi. Sono Matteo.»

Poi andò a sedersi al tavolo di Irene.

Lei lo guardò subito.

«Tu non l’avevi ancora vista?»

«No. Per questo sono andato a presentarmi.»

«È bella, vero?»

Matteo sospirò appena.

«È un’altra cosa. Con una così non ho nessuna chance nemmeno a colloquiare.»

Poi aggiunse, con un mezzo sorriso:

«Comunque io ho solo occhi per te.»

Irene scoppiò a ridere.

Elena, come la direttrice, era sudtirolese di lingua tedesca e parlava poco e male l’italiano.

Durante tutto il periodo pre-natalizio Matteo aveva parlato più volte con lei, specialmente quando scendeva ad aiutare al bar.

Conoscendo bene il tedesco, spesso conversava con lei nella sua lingua.

Elena era contenta.

Parlava molto di più con Matteo che con gli altri, Marco e Luca — i tombeur de femme.

Rideva.
Faceva domande.
Si fermava qualche minuto in più.

Non solo per il tedesco.

C’era qualcosa di semplice nel modo in cui lo guardava.

E anche la direttrice — la capa — lo notò.

Ma non disse mai niente.

Almeno fino ad allora.

Prima di congedarsi per andare agli impianti, la direttrice si avvicinò a Matteo e, ridendo, gli sussurrò all’orecchio:

«Se ti avvicini a lei più del dovuto ti faccio castrare.»

Matteo scoppiò a ridere.

«Dai, Elena, andiamo.»

Appena usciti dalla porta, Elena si avvicinò a lui.

«Cosa ti ha detto la capa?»

Matteo fece spallucce.

«Niente…»

«Dai, lo voglio sapere. Dimmi.»

Insistette con curiosità vera.

Allora Matteo ripeté la frase della direttrice.

Elena lo guardò perplessa.

«“Ti faccio castrare”… che significa? Io parlo un po’ italiano, ma questa frase non l’ho mai sentita.»

Matteo rise di nuovo.

«La prima parte te la dico in tedesco. La seconda la mimo, perché non saprei tradurla.»

Fece il gesto con le dita, come una forbice.

Poi indicò in basso.

Lei rimase un secondo seria.

Poi scoppiò a ridere.

«Così ti ha detto? No, no… non è possibile!»

Continuava a ridere mentre camminavano verso gli impianti.

Il freddo pizzicava le guance. Ma l’atmosfera era leggera., ma l’atmosfera era leggera.

Il banco del vin brulè era già pronto.

La pentola grande sul fornello fumava.

C’era un cartello ben visibile:

“Gli scontrini per il brulè si fanno al bar.”

Chi voleva il vino caldo doveva prima pagare dentro.
Poi salire agli impianti con lo scontrino in mano.

Matteo lo ritirava, versava il vin brulè fumante e consegnava il bicchiere.

Le piste chiudevano alle 17.

L’affluenza, come sempre, era notevole.

Sciatori stanchi ma sorridenti.
Famiglie con i bambini infreddoliti.
Qualcuno chiedeva un altro giro «per scaldarsi».

Elena si divertiva.

Era felice.

Versava il vino con attenzione, consegnava i bicchieri con le mani arrossate dal freddo e rideva quando qualcuno le rispondeva in tedesco o in italiano storpiato.

E a Matteo piaceva vederla così.

Forse più di quanto avrebbe voluto.

Quando rientrarono al bar erano ancora allegri.

La direttrice era lì.

Li guardò con un mezzo sorriso.

«Cosa avete fatto?»

«Niente, direttrice» disse Elena. «Siamo felici e basta.»

E si mise a ridere.

Durante il periodo natalizio, quelli della sala avevano poco tempo.

Per i pasti, Matteo, Marco, Luca e gli altri della brigata si servivano in fretta: poco tempo, tanto lavoro.

Matteo vide Irene in fondo alla sala.
Stava parlando con Sara.

Ma proprio mentre si avvicinava, fu chiamato.

«Matteo! Siediti qua, vicino a me.»

Marco e Luca si guardarono.

«Ma guarda un po’ che fortuna…» disse Marco sottovoce.

Matteo sorrise e si sedette accanto a Elena.

La cena fu breve.

Il tempo di mangiare qualcosa e scambiare due parole.

Alzandosi, passò vicino a Irene.

«Ciao» disse.

Lei lo guardò.

«E bravo, Matteo…»

Non era una risata cattiva.

Ma aveva qualcosa dentro.

Dopo il dinner c’era la discoteca.

Quella sera, tornando in camera, Matteo camminava lungo il corridoio.

La porta della stanza di Irene si aprì.

«Matteo… vieni, entra.»

Lui si fermò un attimo, poi entrò.

Si sedettero.

Parlarono del Natale appena passato.
Delle solitudini che ognuno mascherava a modo suo.

Lei gli disse che a valle aveva un fratello.

«Ma non andiamo d’accordo.»

Matteo la guardò.

«Io non ti ho chiesto niente.»

«Sì, lo so.»

Ci fu un momento di silenzio.

Poi, quasi alla fine, prima di salutarlo, Irene lo guardò con finta leggerezza.

«Ma questa Elena… come ti sembra?»

Matteo sorrise.

«E me lo chiedi? È un’altra categoria. Hai visto che fisico?»

Irene sollevò un sopracciglio.

«Però sai cosa mi ha detto la direttrice?» continuò lui.

«Dimmi.»

«Che se mi avvicino mi castra.»

Irene scoppiò a ridere.

Si avvicinò.

Lo baciò sulle labbra.

Come sempre.

Matteo provò ad allungare quel momento.

Ma lei si staccò.

«Basta così.»

Poi andò verso la porta.

«Buonanotte.»

La porta si richiuse piano.

Non sbattuta.

Piano.

Quel bacio era diverso dagli altri.

Non più solo gioco.
Non più solo curiosità.

Era come se Irene mettesse un limite… ma lo lasciasse arrivare fino al bordo.

In camera Luca era ancora sveglio.

«Allora?» disse sottovoce.

«Allora cosa?»

«Non fare il finto tonto. Elena.»

Matteo si tolse le scarpe.

«È simpatica.»

Luca sorrise.

«Quando dici così, di solito è già qualcosa.»

Silenzio.

«La direttrice ti ha già fatto il discorsetto, vero?» continuò.

Matteo sorrise.

«Mi ha detto che mi castra.»

Luca soffocò una risata.

«Vedi? Già minacciato prima ancora di cominciare.»

Matteo si sdraiò.

Guardò il soffitto.

Ripensò alla domanda su Elena.

Non era una domanda casuale.

Non era curiosità semplice.

Era una misura.

Chiuse gli occhi.

Fuori il vento si sentiva contro i vetri.

Il Natale era quasi finito.

Irene diceva che non era adatta per lui.
Eppure lo cercava.
Lo baciava.
E chiedeva.

Non era più solo attrazione.

Era attesa.

E in montagna l’attesa pesa più della neve.

Si girò su un fianco.

Quella notte non portò consiglio.

Solo sogni confusi.

E il giorno dopo sarebbe stato ancora lavoro.

Ancora neve.

E ancora lei.


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