17 Van Gogh

Capitolo 17 — La terra e le mani

Nuenen, 1883–1885

Nel 1883 Vincent tornò a Nuenen, un piccolo villaggio del Brabante nei Paesi Bassi dove suo padre era pastore protestante.

La casa della famiglia, la canonica vicino alla chiesa, divenne per due anni il punto da cui osservò la vita dei contadini.

Non fu un ritorno alla quiete.
Fu un ritorno alla terra.

Il villaggio non aveva nulla di pittoresco.
Campi bassi, strade fangose, case scure con tetti pesanti.

L’aria umida, il cielo basso come una coperta grigia.

Era un luogo dove la vita non si raccontava.
Si faceva.

Qui la giornata cominciava presto.
Prima dell’alba.

Le porte delle case si aprivano piano,
le biciclette scricchiolavano sulla ghiaia,
e i contadini uscivano verso i campi con gli attrezzi sulle spalle.

Non c’era fretta.
C’era abitudine.

Vincent osservava tutto.

Non cercava paesaggi spettacolari.
Guardava le persone.

Le mani sporche di terra.
Le schiene piegate.
I passi lenti dopo una giornata di lavoro.

Non erano figure eroiche.
Non erano scene costruite per la bellezza.

Erano vere.


Il villaggio che lavorava

A Nuenen la vita era scandita dal lavoro agricolo.

Semina, raccolto, patate, lino, filatura.

Le stagioni decidevano tutto.

In inverno le giornate erano corte.
La luce entrava poco nelle case.

Dentro le stanze si lavorava in silenzio.

Le donne filavano.
Gli uomini riparavano attrezzi.
I bambini imparavano presto ad aiutare.

La luce delle lampade a olio disegnava ombre lunghe sulle pareti.

Vincent si fermava spesso nelle case dei contadini.

Non come ospite.
Come osservatore.

Si sedeva in un angolo,
tirava fuori il foglio
e disegnava.

Non parlava molto.
Non voleva disturbare.

Gli interessava capire come stavano insieme le persone.

Come si sedevano.
Come mangiavano.
Come tenevano le mani sul tavolo.

Era una ricerca lenta.


Il disegno della fatica

In quegli anni Vincent realizzò centinaia di studi.

Contadini seduti.
Donne che pelano patate.
Tessitori davanti al telaio.
Campi arati.

Non cercava pose eleganti.

Sceglieva spesso le posizioni più scomode:
spalle curve,
collo piegato,
mani grosse e nodose.

Per lui quelle mani erano fondamentali.

Diceva che le mani raccontano la vita di una persona più del volto.

Le mani dei contadini non erano delicate.
Erano consumate.

Pelle dura.
Unghie scure di terra.

Ma proprio per questo erano vere.

Vincent le osservava con attenzione quasi scientifica.

Non gli interessava solo disegnarle bene.
Voleva capirle.

Guardava come si muovevano mentre lavoravano la terra,
come stringevano gli attrezzi,
come si posavano sul tavolo alla fine della giornata.

Le mani dei contadini non stavano mai ferme.

Seminare.
Tagliare.
Raccogliere.
Pelare.
Riparare.

Ogni gesto lasciava un segno.

Le dita si allargavano.
La pelle si ispessiva.
Le nocche si gonfiavano.

Vincent capiva che quelle mani erano la vera storia del villaggio.

Non servivano parole.

Bastava guardarle.

Quando disegnava, non cercava di abbellirle.
Anzi.

Ne accentuava la pesantezza.
Le rendeva più grandi, più solide.

Come se volesse far capire al foglio che avevano lavorato davvero.

Spesso faceva decine di tentativi per una sola figura.

Un foglio per la testa.
Uno per le mani.
Uno per la postura.

Poi ricominciava.

Non era ancora pittura.
Era costruzione.

Vincent sapeva di essere indietro rispetto a molti artisti del suo tempo.
Ma non aveva fretta.

Ogni disegno era un passo.

Un modo per avvicinarsi alla verità che cercava.

E quella verità non stava nei paesaggi spettacolari
o nei volti raffinati.

Stava nelle persone che lavoravano la terra.

Per questo continuò a disegnarle.
Ancora e ancora.

Perché in quelle mani, più che in qualsiasi altra cosa,
si vedeva la vita.


Il telaio del tessitore

Una delle scene che lo colpì di più fu il lavoro dei tessitori.

Il telaio occupava quasi tutta la stanza.

Una struttura di legno grande, rumorosa.

Quando il tessitore lavorava, la macchina sembrava respirare.

Legno che batte.
Fili che scorrono.
Pedali che scricchiolano.

L’uomo seduto davanti al telaio diventava parte della macchina.

Vincent disegnò quella scena molte volte.

Non come curiosità tecnica.
Come simbolo.

L’uomo e il lavoro diventavano una cosa sola.

Non c’era distanza.


L’inverno e le stanze buie

Gli inverni a Nuenen erano lunghi.

Il sole arrivava tardi e andava via presto.

Dentro le case restava una luce gialla, tremolante.

Vincent amava quella luce.

Non perché fosse bella,
ma perché era sincera.

Illuminava i volti dal basso,
faceva emergere le rughe,
le mani,
gli oggetti sul tavolo.

Non nascondeva nulla.

Era una luce povera.
Ma vera.

E Vincent capì che quella luce poteva diventare pittura.


La ricerca di un quadro

Dopo centinaia di disegni cominciò a nascere un’idea.

Non uno studio.
Un quadro.

Un quadro che raccontasse la vita dei contadini.

Non idealizzata.
Non addolcita.
Vera.

Per mesi preparò studi.

Provava composizioni diverse.

Figure attorno a un tavolo.
Teste chine.
Mani che si muovono.

Era un lavoro lento.

Spesso distruggeva ciò che aveva fatto il giorno prima.

Non perché fosse sbagliato.
Ma perché non era ancora giusto.


Una scena semplice

Una sera entrò in una casa dove una famiglia stava cenando.

Il tavolo era piccolo.
La stanza ancora più piccola.

Cinque persone attorno a una lampada.

Sul tavolo: patate.

Le mani si muovevano lentamente.

Nessuno parlava molto.

Solo il rumore delle forchette.
E il vento fuori.

Vincent guardò quella scena e capì.

Quello era il quadro.

Non un momento straordinario.
Una cena qualunque.

Ma dentro quella cena c’era tutto.

La fatica del giorno.
La terra lavorata.
Le mani sporche.
La famiglia.


I mangiatori di patate

Nel 1885 quel lavoro prese forma.

I mangiatori di patate.

Cinque contadini seduti attorno a un tavolo.

La luce di una lampada illumina i volti dal basso.

Le mani prendono le patate dal piatto.

I volti sono scuri,
quasi scolpiti dall’ombra.

Non è un quadro facile.
Non è elegante.

Ma Vincent voleva proprio questo.

Scrisse a Theo che quelle persone avevano guadagnato il loro cibo
con le stesse mani con cui lo portavano alla bocca.

Per lui quella era la verità del lavoro.


Un quadro che pochi capirono

Quando il quadro fu finito, Vincent ne era orgoglioso.

Lo considerava il suo primo lavoro davvero importante.

Ma le reazioni non furono entusiaste.

Troppo scuro.
Troppo duro.

Per Vincent invece quella scelta era inevitabile.

Non voleva dipingere ciò che era facile da guardare.
Voleva dipingere ciò che era vero.


La terra che resta

Gli anni di Nuenen furono duri.

Pochi soldi.
Molte critiche.

Ma furono anni fondamentali.

Vincent imparò qualcosa che non avrebbe più dimenticato:

l’arte non nasce nei momenti straordinari.

Nasce nelle cose semplici.

Una stanza povera.
Un tavolo di legno.
Una lampada accesa.
E delle mani che lavorano.

La terra di Nuenen gli aveva insegnato questo.

E quella lezione sarebbe rimasta con lui,
anche quando i suoi colori
sarebbero diventati luminosi come il sole.


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