
Capitolo 7 – Davanti alla neve che cade
Si era al 30 dicembre del 1981.
Il pomeriggio era freddo, più pungente del solito.
Un freddo secco. Entrava nelle mani anche con i guanti. Faceva bruciare il naso a ogni respiro.
Gli impianti andavano senza sosta.
Le seggiovie salivano lente verso la cima, scricchiolando nel silenzio bianco, mentre gli sciatori scendevano uno dietro l’altro lasciando tracce nette sulla neve fresca.
Arrivavano infreddoliti, con le guance rosse e la voglia di qualcosa di caldo.
La pentola del vin brulè non smetteva di bollire.
Il vapore saliva denso, profumava di arancia, cannella e chiodi di garofano.
Matteo riempiva i bicchieri uno dopo l’altro, senza fermarsi.
Elena si avvicinò per scaldarsi le mani sopra la pentola.
«Ma tu non hai freddo mai?» disse.
«Abituato.»
Lei lo guardò.
«Sei diverso dagli altri.»
Matteo non rispose.
Ma quella frase gli rimase addosso più del freddo.
Elena non si spostò subito.
Restò lì.
Vicino.
Quella sera, a cena, Elena gli fece cenno con la mano.
«Qui.»
Marco e Luca si scambiarono uno sguardo.
Matteo si sedette.
Come le altre sere il tempo era poco e scambiarono solo poche battute.
Ma era evidente che Elena aveva voluto lui lì, accanto.
Irene, più distante, aveva notato.
Senza fare commenti.
Marco e Luca se la risero e dissero scherzosamente a Ida:
«Ti sta rubando il maestro.»
Riferito alle lezioni di dattilografia.
Irenesi si mise a ridere.
E non replicò.
Quella sera, vigilia del cenone, scesero in discoteca anche Marco e Luca.
Marco per fare compagnia, Luca per dare una mano a sostituire.
Loro tre erano un po’ i cocchi della direttrice.
Si conoscevano bene, si fidava di loro.
Ma non per questo lavoravano meno.
Anzi.
Proprio perché erano considerati affidabili, finivano sempre dove c’era bisogno.
Verso le undici scese anche Elena.
Era bellissima.
Un fisico da modella, slanciato ma armonioso.
Sapeva muoversi con naturalezza, come se fosse abituata agli sguardi ma non ne dipendesse.
Camminava con sicurezza, ma senza arroganza.
Aveva quell’aria fresca di chi viene da un altro mondo e, allo stesso tempo, riesce ad adattarsi subito.
Rideva con facilità.
Parlava con tutti.
Non si metteva mai in disparte.
Quando entrò in discoteca sembrò quasi che la luce cambiasse.
Matteo la guardò solo un istante di troppo.
Poi tornò al bancone.
La direttrice, fino a mezzanotte era quasi stabilmente alla cassa.
«Che fai qui?» chiese vedendola.
«Non ho sonno. Sono scesa.» Sto un po’ con Marco, Luca e Matteo.»
«Sì, sì… Marco e Luca» disse la direttrice ridendo.
La discoteca era piena.
Era la vigilia del cenone, non ancora l’ultimo dell’anno, ma l’atmosfera era già diversa.
Le luci colorate si muovevano lente sul soffitto.
Il DJ metteva musica allegra, senza ancora il ritmo da conto alla rovescia.
Si sentiva che il giorno dopo sarebbe stato più intenso.
Quella sera era un anticipo.
Un’attesa.
Un riscaldamento prima della notte vera.
Verso mezzanotte era tutto più calmo.
Matteo chiese a Elena se aveva voglia di mangiare un toast e bere una birra seduti di sopra, al self service.
Lì c’era una grande vetrata che guardava fuori.
Quando nevicava era uno spettacolo stare lì a bere una birra.
Lei annuì. Era una buona idea.
Con il permesso della direttrice presero due toast e due birre.
Da lì si vedeva il piazzale dell’hotel, l’inizio delle risalite e la scuola sci ormai deserta.
Le piste erano chiuse, ma le luci restavano accese.
I pali illuminavano la neve che cadeva lenta sul piazzale vuoto.
Le seggiovie erano ferme, sospese nel buio. Le sedute coperte da un velo bianco.
A mezzanotte era tutto silenzioso.
Solo la neve continuava a scendere.
Elena alzò la birra.
«Grazie. Salute.»
Dopo un po’ iniziò a parlare.
«Mi sento proprio bene. Sono contenta di essere venuta qui. Primo, imparo qualcosa… ma la cosa ancora più importante è che qui sono come voglio essere.»
Matteo la guardò.
«Spiegati meglio.»
Eva fece un mezzo sorriso.
«Devi sapere — e sono sicura che la direttrice non ti abbia detto niente — che mia mamma è una nobile.
Matteo la fissò un attimo.
Poi scoppiò a ridere.
«Una nobile che sta qui a bere a canna e mangiare un toast bruciacchiato con uno come me… che ci sta a fare?»
Lei appoggiò la testa sulla sua spalla.
«Io sono cresciuta tra regole rigide e protocolli. E immagino la faccia di mia madre se vedesse sua figlia bere, come dici tu, a canna.»
Sorrise appena.
«Senza regole. Senza protocolli. Senza pensare a chi ti guarda o ti giudica.»
Restò così, appoggiata.
«Credimi… non sto facendo la snob.»
Matteo sentì il peso leggero della sua testa sulla spalla.
E per la prima volta non seppe se stava entrando in qualcosa che avrebbe potuto controllare.
«Immagina se tu le dicessi: mamma, questo è il mio ragazzo. È un cameriere terrone.»
Elena sollevò la testa.
«Che significa terrone?»
«Uno del Sud» disse Matteo. «Senza titoli. E senza una lira.»
Lei scoppiò a ridere.
In quel momento risalì la capa.
Li vide davanti alla vetrata.
«Ma che bel quadretto.»
Poi guardò Matteo.
«Domani, Matteo, passa da me in ufficio.»
Lo disse ridendo.
Salutò Elena in tedesco.
«Gute Nacht.»
«Gute Nacht.»
Poi aggiunse:
«Macht nicht zu spät, morgen gibt es viel zu tun.»
E andò via.
Appena dopo passarono Marco e Luca.
«Buonanotte, piccioncini» scherzò Luca.
«A domani.»
«Grazie» disse lei.
Loro restarono ancora un po’.
La neve continuava a scendere.
Poi aggiunse in tedesco:
«Ich bin sehr glücklich.»
Matteo capì perfettamente cosa aveva detto.
E capì che quella felicità lo riguardava.
In camera Marco e Luca non si erano ancora addormentati.
Appena entrò dissero:
«Irene ti cercava.»
Matteo si fermò.
«Quando siamo passati pensava che ci fossi pure tu ed è uscita.»
«Ma noi abbiamo detto semplicemente che eri ancora giù.»
«Perché non è la verità?» disse Matteo.
«Sì… ancora in discoteca.»
Silenzio.
«Dai ragazzi, a nanna» disse Marco. «Domani sera c’è il cenone.»
Fuori la neve continuava a cadere lenta, quasi a voler coprire l’anno che stava per finire.
Dalla finestra entrava una luce biancastra, riflessa dai lampioni.
In lontananza si sentiva ancora qualche nota della discoteca che si spegneva piano.
Matteo si sdraiò.
Ripensò alla vetrata.
Alla testa di Elena sulla sua spalla.
Alla frase di Luca.
Irene ti cercava.
Il 1982 stava arrivando.
Fuori la neve continuava a cadere lenta, silenziosa, come se volesse coprire tutto: le tracce degli sci, le luci della discoteca che si spegnevano piano, i pensieri rimasti sospesi.
La montagna sapeva fare questo.
Rendere tutto immobile.
Ma dentro Matteo niente era fermo.
C’era la testa di Elena sulla sua spalla.
C’era Irene che lo cercava.
Chiuse gli occhi.
Il nuovo anno stava arrivando.
E con lui qualcosa che nessuno avrebbe più potuto ignorare.


Rispondi