8 -Undici inverni di distanza

Capitolo 8 – Mezzanotte sulla neve

Il 31 dicembre, per chi lavora in albergo, è una giornataccia.

Non è solo una data sul calendario.
È una maratona.

Si comincia la mattina presto, quando gli ospiti scendono a colazione già parlando del cenone. Il profumo del caffè si mescola alle prime richieste, alle prenotazioni da confermare, ai tavoli da sistemare.

Poi il pranzo.

Poi la preparazione.

Poi la cena che non è una cena qualunque, ma il cenone dell’anno che finisce.

Si finisce la mattina dopo. Quando fuori è già giorno.

Quando la musica si spegne, i calici sono vuoti, i pavimenti appiccicosi di brindisi e fuori è già giorno.

E mentre gli altri si augurano buon anno, tu stai ancora lavorando.

La sveglia per Matteo suonò come sempre, ma quella mattina fece più fatica del solito. Aveva dormito poco e la testa era rimasta piena di pensieri.

Comunque, puntuale come sempre, iniziò la giornata con le colazioni.

La sala era già viva. Caffè che uscivano a ritmo continuo, brioche che finivano in un attimo, ospiti che parlavano già del cenone della sera.

Poi il pranzo.

Non è un pranzo qualsiasi.

È veloce, ma pieno. Gli ospiti scendono già con l’idea della sera in testa. Parlano del menù, chiedono a che ora inizierà il cenone, vogliono sapere dove si vedranno i fuochi.

In sala si cammina più del solito.

Piatti che entrano ed escono, bicchieri da riempire, richieste dell’ultimo minuto.

In cucina il ritmo cambia. Non è ancora la tempesta, ma la si sente arrivare.

Si mangia in fretta anche tra colleghi.
Un boccone, un caffè al volo.

Perché dopo il pranzo non c’è pausa.

C’è la preparazione della notte più lunga dell’anno.

Il cenone a Pampeago si svolgeva nella discoteca. Così, una volta finito il pranzo, si scendeva tutti giù a preparare.

Quello che per tutto l’anno era bar per gli sciatori di giorno e discoteca la sera, l’ultimo dell’anno si trasformava in una sala sontuosa.

I tavoli alti sparivano.

Il bancone diventava secondario.

Al loro posto comparivano tavoli rotondi con tovaglie lunghe fino a terra.

Calici lucidi allineati.
Centrotavola con candele.
Segnaposto ordinati secondo la mappa preparata nei giorni precedenti.

Le luci cambiavano.

Meno colori da pista.

Più calde, più soffuse.

La musica si abbassava.

La discoteca diventava ristorante.

E per una notte sembrava un altro posto.

Ogni dettaglio doveva essere perfetto.

Ogni tanto Matteo pensava a Irene.

Poi a Elena.

Era confuso.

Non ci capiva più niente.

E più cercava di concentrarsi sul lavoro, più sentiva che quella notte avrebbe messo qualcosa a fuoco, anche senza volerlo.

Dopo le colazioni scese insieme a Giulio al bar per un caffè veloce.

Sia Elena che Irene erano al lavoro.
Elena alla cassa.
Irene al bancone.

Elena li salutò con un bel sorriso.

«Buongiorno.»

Irene preparò i caffè senza fretta.

Li appoggiò davanti a loro.

Poi fece una battutina:

«Ci vuole più di un caffè se la notte si va a dormire tardi.»

Matteo si avvicinò un po’ al bancone.

«…e si finisce anche in bianco.»

Irene scoppiò a ridere.

«Buon lavoro» disse.

Poi aggiunse, abbassando leggermente la voce:

«Passi da me stanotte?»

Matteo annuì.

«Sì. Ma prima dell’alba non se ne parla.»

«Vieni con cappuccino e brioche?»

Irene sorrise.

Matteo fece un mezzo inchino ironico.

Poi si girò verso Elena.

«Nel pomeriggio non vengo con te agli impianti. C’è troppo da fare.»

Lei fece un’espressione finta offesa.

«Peccato.»

Poi aggiunse:

«Ma domani sì?»

Matteo esitò un istante.

«Domani… vediamo.»

Fece un mezzo cenno con la testa, come se domani fosse ancora lontano.

Poi disse:

«Ma a mezzanotte c’è la fiaccolata con i maestri e poi i fuochi. Se non è tardi, li guardiamo insieme.»

Gli occhi di Elena si illuminarono.

«Davvero?»

«Sì. Ma poi devo tornare subito dentro.»

«D’accordo.»

Il cenone iniziò alle 20.30.

Il servizio fu preciso, quasi perfetto.

Portate che si susseguivano con ritmo studiato.

Sorrisi.

Auguri anticipati.

Calici che tintinnavano.

Allo scoccare della mezzanotte, tra il brindisi e le prime urla di “Buon anno!”, tutti uscirono fuori.

Con loro anche il personale.

Elena era lì.

Lo stava aspettando.

Matteo la raggiunse.

Lei si mise sottobraccio.

E andarono verso l’inizio delle risalite, proprio dove di giorno si serve il vin brulè.

La fiaccolata era già iniziata.

Le torce scendevano lente lungo la pista, una dietro l’altra, disegnando una linea luminosa nella neve.

«Ma che bello… fantastico» disse Elena.

«E poi i fuochi» rispose Matteo.

La neve rifletteva le luci, il cielo era limpido e tagliente.

«Quando ero sola,» disse lei, «c’era sempre qualcuno che mi guardava. Sempre. Capisci?»

Fece una pausa.

«E qui adesso invece ci sei tu.»

Matteo seguì con lo sguardo le torce che scendevano.

Per un attimo pensò che sarebbe stato facile restare lì.
E basta.

Semplice.

Senza domande.

Senza scegliere.

Ma quell’attimo non durò.

«E sì… al posto di una guardia del corpo, stasera hai un terrone doc.»

Lei rise.

«A me piacciono i terroni.»

E si strinse a lui.

I fuochi esplosero sopra le piste.

Rosso.

Oro.

Blu.

Per un secondo tutto sembrò sospeso.

Poi la musica riprese a chiamare.

Si salutarono con uno sguardo più lungo del necessario.

Matteo tornò dentro.

Il cenone continuò come da copione.

Dopo il brindisi e la fiaccolata, tutti rientrarono.

Arrivarono in tavola il tradizionale zampone, il cotechino e le lenticchie, simbolo di fortuna e abbondanza.

I piatti fumavano, i bicchieri si riempivano di nuovo.

«Auguri!»
«Buon anno!»
«Salute!»

Verso le quattro del mattino i clienti cominciarono a ritirarsi nelle loro stanze, uno alla volta, stanchi ma soddisfatti.

I corridoi si riempirono di passi lenti, di risate smorzate, di ultimi auguri sussurrati prima di chiudere le porte.

Metà brigata andò a dormire per poi rincominciare alle sette, come se niente fosse stato.

Qualche ora appena.

Il tempo di togliersi la giacca, buttarsi sul letto senza quasi spogliarsi e rimettere la sveglia.

Matteo e gli altri rimasero.

Bisognava risistemare tutto.

Tavoli da sparecchiare.
Sedie da riallineare.
Bicchieri da contare.
Bottiglie da riportare al loro posto.

La discoteca tornava lentamente a essere solo una sala vuota, con l’odore misto di cera, vino e stanchezza.

Le luci si spensero una alla volta.

Matteo preparò un piccolo vassoio con due cappuccini e due brioche per Irene e Sara.

La notte di San Silvestro era finita.

Nel corridoio non si sentiva più nulla.

La musica si era spenta da un pezzo, le risate erano rientrate nelle stanze, perfino i passi sembravano essersi dissolti.

La porta era chiusa.

Matteo non bussò.

Spinse piano e la porta si aprì.

Entrò.

La luce era soffusa.

Sul tavolo c’erano ancora due bicchieri vuoti e qualche briciola della sera prima.

Matteo appoggiò il vassoio con attenzione, cercando di non fare rumore.

Irene si svegliò.

Alzò lo sguardo.

Lui sistemò il vassoio vicino alla finestra.

Irene lo guardava.

Non parlò subito.

Neppure lui.

Si guardarono per qualche secondo.

Non si sentiva niente.

Silenzio assoluto.

Fuori, oltre i vetri, la neve cadeva ancora leggera, quasi invisibile nel buio.

Il piazzale era bianco, immobile.

Sembrava che anche il mondo si fosse fermato.

«Buon anno» disse lei piano.

Non era una frase detta per convenzione.

Sembrava qualcosa di più personale.

Più fragile.

«Buon anno.»

Matteo esitò un attimo.

Avrebbe potuto restare.

Sedersi.

Dire qualcosa di diverso dal solito.

Chiedere cosa pensasse davvero.

Sorridere di più.

Avvicinarsi.

Invece fece un passo indietro.

Forse per stanchezza.

Forse per orgoglio.

Forse per paura di leggere negli occhi di lei qualcosa che non era pronto a capire.

«Ci vediamo.»

Irene lo osservò mentre usciva.

Non lo fermò.

Non disse “resta”.

Non disse “aspetta”.

Lo seguì con lo sguardo finché la porta si richiuse piano.

Matteo rimase qualche secondo nel corridoio, fermo.

Sentiva ancora addosso il silenzio di quella stanza.

Il nuovo anno era iniziato.

Ma tra loro due niente era ancora iniziato davvero.
O forse era già iniziato tutto.

Fuori continuava a nevicare.
Fiocchi leggeri, silenziosi, come se volessero coprire ogni cosa.

Le tracce della notte.
Le parole non dette.
I passi fatti e quelli rimasti sospesi.

Matteo guardò il corridoio vuoto.

Poi si incamminò verso la sua stanza.

Il primo giorno dell’anno era iniziato.

E, senza saperlo, anche qualcosa che avrebbe cambiato tutto.


Commenti

2 risposte a “8 -Undici inverni di distanza”

  1. Avatar Domenico Mortellaro
    Domenico Mortellaro

    Le stagioni sono un delirio. Se ne sta accorgendo.

  2. Dopo vent’anni di stagioni posso dirlo: ogni inverno ti cambia un po’.
    Cmq Grazie Domenico, mi fa sempre piacere leggere i tuoi commenti.
    Se ti va seguimi anche su Inkitt: il romanzo lo sto pubblicando lì capitolo dopo capitolo.

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