
Quando arriva un voto popolare, in Italia nascono più esperti di Costituzione che funghi dopo la pioggia.
C’è un fenomeno curioso che in Italia si ripete puntualmente.
Arriva un referendum, e improvvisamente scopriamo di vivere nel Paese con la più alta concentrazione mondiale di costituzionalisti.
Non lo sapevamo prima.
Ma esistono. E spuntano ovunque.
Nei talk show.
Nei corridoi dei partiti.
Nei social.
Persino nei bar, dove fino a ieri si discuteva di fuorigioco e di calciomercato.
Politici che per anni hanno dimostrato di conoscere la Costituzione quanto il manuale di istruzioni di una lavatrice improvvisamente parlano di equilibri istituzionali, pesi e contrappesi, architettura costituzionale, spirito dei padri costituenti.
Il miracolo avviene in pochi giorni.
Basta leggere qualche articolo su una rivista, ascoltare due interviste televisive e, naturalmente, avere uno stipendio parlamentare da ventimila euro al mese.
A quel punto la trasformazione è completa.
Da semplice politico si diventa interprete supremo della Costituzione.
Quasi un erede spirituale di chi quella Carta l’ha scritta davvero.
E così assistiamo a spettacoli straordinari.
Chi ieri non distingueva un decreto legge da un decreto legislativo oggi spiega con tono solenne cosa penserebbero i padri costituenti.
Come se li avesse frequentati a cena.
La verità, più semplice e meno nobile, è un’altra.
In Italia la Costituzione viene spesso citata non per rispetto, ma per convenienza.
Diventa un argomento da tirare fuori quando serve sostenere una posizione politica.
E allora sì: tutti diventano costituzionalisti.
Per qualche settimana.
Poi il referendum passa.
Le telecamere si spengono.
E i nuovi esperti tornano alla loro occupazione abituale:
fare politica.
Che, a volte, è già abbastanza difficile senza fingere di essere giuristi della Repubblica.
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