11 -Undici inverni di distanza

Capitolo 11 – La sera che resta

Come ogni anno, la Befana arrivò il 6 gennaio.
E anche nel 1982 fu puntuale.

Matteo era nervoso.
Non sapeva cosa i genitori avevano detto a Elena.

Appena ne ebbe la possibilità, scese al bar.

Elena lo vide e lo chiamò:

«Non andar via. Aspetta, che ti devo parlare.»

Matteo si calmò all’istante.
Lei era di parola.

Prese un caffè, preparato da Sara.
Anche Irene era lì e si salutarono come sempre.
Appena poté, Elena uscì dalla cassa e si avvicinò a Matteo.

Abbassò la voce.

«Senti… domani parto. Mio padre e mio fratello vengono a prendermi domani mattina. Avevo chiesto di restare ancora un po’, ma non so dirti di più. So solo che mi viene da piangere.»

Matteo cercò di sdrammatizzare.

«No… una baronessa non piange.»

Lei sorrise subito, come faceva ogni volta che lui la prendeva in giro.

Poi aggiunse:

«Appena arriva la capa le chiedo che questa sera io e te dobbiamo andare a cena fuori. Quindi non puoi lavorare. Me lo deve… magari anche di più, Matteo.»

Lui accennò un sorriso, ma dentro sentiva qualcosa stringersi.

«Adesso devo andare.»

Elena lo guardò dritto negli occhi.
Nei suoi comparve una lacrima.

Non sapeva se gli altri l’avessero vista.
In quel momento, però, non gliene importava nulla.

«Ciao… allora a dopo.»

E si separarono così, con una sera ancora da vivere
e una mattina che faceva già paura.

Nel pomeriggio scese per andare sulle piste e la direttrice gli disse che per il dinner poteva stare fuori.
Anzi, avrebbe prenotato un ristorante giù a valle e avrebbe offerto tutto lei.

Matteo fece un inchino e raggiunse Elena.

«Hai visto? Ha detto che va bene. E non solo,» disse Matteo, «offre tutto lei. Non male, vero?»

L’ultima vendita fu come le altre, ma già si notava un’affluenza minore di sciatori.

Alle 17:30 scesero di nuovo al bar e andarono a prepararsi per uscire.

Matteo andò in camera.
Fece una bella doccia e si preparò per uscire.

Mentre si vestiva, Marco e Luca cominciarono a prenderlo in giro.

«Ah, la direttrice gli ha dato il fuori dinner… al cocco »
«E noi chi siamo?» aggiunse Luca ridendo.

Matteo fece finta di non sentire, ma un mezzo sorriso gli scappò lo stesso.

Marco, però, il giorno dopo sarebbe partito per tornare a casa.
Si sentiva nell’aria che la stagione stava cambiando.

Luca, che vestiva sempre firmato, gli prestò un maglione degno della serata.

«Almeno così fai bella figura» disse con aria seria.

Matteo sorrise, si infilò il maglione e uscì.

Andò davanti alla camera di Elena.
Bussò e poi aprì piano.

Si sentiva ancora l’acqua della doccia scorrere.

Appena il rumore si fermò, Matteo alzò la voce:

«Sono entrato! Non uscire nuda, non dare scandalo!»

La porta del bagno si aprì.
Eva uscì avvolta nell’accappatoio.

Era incantevole.
Bella come non mai.

Fece una smorfia divertita.

«Voltati, scemo, che mi devo vestire.»

«Sì, baronessa,» replicò lui con un mezzo inchino.

La serata cominciava bene.

Uscendo dall’albergo incrociarono Sara.

Lei li salutò con un cenno rispettoso, forse anche un po’ curioso.

Matteo, d’istinto, pensò che avrebbe riferito tutto a Irene.
La conosceva abbastanza per immaginare la scena.

Ma in quel momento non gli interessava.

Non era la sera dei pensieri complicati.
Non era la sera delle spiegazioni.

La cosa importante era una sola:

passare una serata da incorniciare.

E basta.

Salirono in macchina e scesero giù a valle.

Durante il tragitto parlarono del più e del meno.
Elena accennò di nuovo al motivo per cui non poteva restare qualche giorno in più.
Lo disse quasi sottovoce, come se dirlo forte potesse cambiare qualcosa.

Ma ormai era fatta.

Prima si fermarono per un aperitivo.
Un bicchiere per scaldarsi le mani e rallentare il tempo.

Poi si diressero verso il ristorante prenotato dalla direttrice.

Si presentarono all’ingresso.
Presero i loro cappotti con garbo e li accompagnarono al tavolo.

Portarono il menù.

Elena lo prese per prima, lo sfogliò con attenzione e poi alzò lo sguardo.

«Dai, mangiamo tirolese… che ne dici?»

Matteo acconsentì senza esitazione.
«Se lo scegli tu, baronessa, non posso che fidarmi.»

Ordinarono:

Speck e Kaminwurzen,
un tagliere di speck altoatesino e salamini affumicati.

Poi gli Schlutzkrapfen,
mezzelune ripiene di spinaci e ricotta, con burro fuso esalvia.

Come secondo, Wildfleisch – selvaggina:
Rehfleisch mit Polenta –
capriolo con polenta.

E per finire, uno Zelten,
dolce natalizio ricco di noci e frutta secca.

Da bere, un Blauburgunder.

Il cameriere annuì con discrezione e si allontanò.

Rimasero soli.

Il tavolo era piccolo, la luce calda,
e per un momento sembrò che il mondo fosse rimasto fuori dalla porta.

«È la prima volta che mangio un menù completo tutto tirolese,» disse Matteo.

Lei sorrise.

Poi, con calma, gli disse che lo avrebbe chiamato spesso al telefono.
Ma lui non avrebbe potuto chiamarla: non gli avrebbe dato il numero.

Matteo rispose: «Perché? Che c’è di male?»

«Perché non voglio che diventi un peso.
Voglio che resti bello.
Ogni cosa a suo tempo.»

Matteo la guardò qualche secondo senza rispondere.

Non era una sfida.
Non era un rifiuto.

Era un limite.

E per la prima volta capì che Elena non stava giocando.

«Va bene,» disse piano. «Allora chiamami tu.»

Lei annuì.
Non sorrise subito.
Sembrava quasi sollevata.

Il cameriere arrivò prima con gli Speck e Kaminwurzen poi gli Schlutzkrapfen fumanti.
Il burro fuso brillava sotto la luce calda, con qualche foglia di salvia.

Per fortuna le porzioni erano normali.
Per un momento la conversazione si interruppe.

Matteo assaggiò.
Il ripieno morbido, il burro caldo.

Poi il vino, che arrivava subito dopo a rimettere ordine.

Il Blauburgunder aveva quella freschezza sottile che tagliava l’untuosità senza imporsi.
Non cercava di dominare.
Accompagnava.

«Allora?» chiese lei.

«Allora… potrei anche restare qui per sempre,» rispose lui.

«No,» disse Elena con calma. «Tu no.»

Non era una battuta.

«Tu non sei uno che resta fermo.»

Matteo abbassò lo sguardo sul piatto.
Forse aveva ragione.

Arrivò la selvaggina.

Il capriolo era tenero, scuro, con quella nota selvatica che non si può addomesticare.
La polenta assorbiva il sugo lentamente.

Parlarono meno.
Non per mancanza di cose da dire.

Perché alcune cose, quando si avvicina una partenza, diventano troppo grandi per stare dentro le parole.

Il vino si apriva nel calice.
La luce si faceva più morbida.
La sala intorno a loro esisteva, ma lontana.

Elena appoggiò la mano sul tavolo.

Non per caso.

Matteo la guardò.
Non chiese nulla.

Le loro dita si intrecciarono con naturalezza, come se lo avessero già fatto cento volte.

«Non voglio che domani sia triste,» disse lei.

«Non lo sarà,» rispose lui. «Sarà vero.»

E quella parola rimase lì, tra loro.

Vero.

Arrivò lo Zelten, compatto, profumato di noci e frutta secca.
Lo divisero senza parlare troppo.

Il dolce aveva un sapore pieno, quasi antico.
Restava in bocca come una stagione che non vuole finire.

Il caffè arrivò subito dopo.
Nero, essenziale.

Matteo lo bevve lentamente.
Elena teneva la tazzina tra le mani, come per scaldarsi.

Non aggiunsero altro.

Non serviva.

«Andiamo?» disse Eva piano.

Uscirono dal ristorante.

L’aria della valle era fredda, limpida, tagliente.
Il respiro diventava fumo davanti ai loro volti.

La notte era silenziosa, come se aspettasse.

Camminarono qualche passo senza parlare.
Non era imbarazzo.

Era pienezza.

Matteo le mise una mano sulla schiena per ripararla dal freddo.
Elena non si scostò.
Anzi, si avvicinò.

«Non voglio che finisca così,» disse lei.

«Non finisce,» rispose Matteo. «Si ricorda.»

Lei si fermò.

Lo guardò negli occhi come non aveva mai fatto prima.
Senza ironia.
Senza titoli.

Solo Elena.

Si avvicinò lentamente.

Le mani salirono sul suo cappotto, poi al collo.

Il bacio non fu improvviso.
Fu cercato.

Lento.
Caldo.
Più lungo di quanto avessero previsto.

Non c’era fretta.
Non c’era pubblico.

Solo il rumore leggero della neve sotto le scarpe.

Quando si staccarono, non dissero nulla.

Non serviva.

Salirono in macchina senza parlare.

La strada verso l’albergo era quasi deserta.
I fari tagliavano il buio e il silenzio tra loro non era più timido.

Era pieno.

Quando arrivarono davanti all’ingresso, l’albergo era illuminato ma tranquillo.
Anche il rumore sembrava stanco.

Entrarono.

Alla reception solo un saluto rapido, discreto.

Salirono le scale.

Ad ogni gradino l’aria si faceva più sospesa.

Davanti alla porta della camera di lei, si fermarono.

Per un istante nessuno dei due trovò le parole.

Elena infilò la chiave.
Aprì.

Si voltò verso di lui.

«Non voglio che questa sera si perda nella tristezza, voglio che resti nella memoria..»

Matteo fece un mezzo sorriso.
«Non lo sarà.»

Entrarono.

La stanza era calda.
Il rumore lontano del riscaldamento, le tende appena mosse.

Elenasi tolse il cappotto lentamente.
Matteo la aiutò senza dire nulla.

Le mani si sfiorarono di nuovo.

Questa volta non per caso.

Il bacio riprese dove si era interrotto fuori.
Più profondo.
Più consapevole.

Non c’era più ironia.
Non c’era più gioco.

Si sedettero sul letto, ancora vicini.

«Domani si parte,» sussurrò lei.

«Lo so.»

Non fecero promesse.
Non parlarono di futuro.

La notte scese piano sulla stanza.

Fu una notte di carezze lente, di parole dette a metà, di silenzi pieni.

Non di eccessi.

Fu il silenzio a svegliare Matteo.

Non un rumore.
Non una sveglia.

Il silenzio diverso del mattino.

La stanza era semibuia.
Una lama sottile di luce filtrava tra le tende.

Elena dormiva accanto a lui.

Il respiro lento.
Regolare.

Matteo rimase immobile.

Guardarla così faceva più male che salutarla.

La notte aveva sospeso tutto.
L’alba rimetteva ogni cosa al suo posto.

Elena aprì gli occhi piano.

«Che ora è?»

«Presto.»

Rimasero ancora un attimo senza parlare.

Poi lei richiuse gli occhi.

Matteo si alzò con cautela.
Si vestì in silenzio.

Sulla soglia si fermò.

La guardò un’ultima volta.

Sembrava serena.

Chiuse la porta senza rumore.

Il corridoio era freddo.

Rientrò nella sua camera.
Si sedette sul letto.

L’alba entrava chiara dalla finestra.

Alcune cose si salutano in silenzio. Senza sapere se ci sarà un ritorno.


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