
Capitolo 12 – Il tempo rimette ordine
Matteo non si era ancora addormentato quando la sveglia suonò.
Non fu il rumore a svegliarlo.
Era già sveglio.
Marco e Luca cominciarono come sempre a prenderlo in giro, ancora prima di scendere dal letto.
«Oh, il romanticone è vivo?»
«Stanotte hai dormito o hai fatto filosofia?»
Matteo non disse nulla.
Non ne aveva bisogno.
Si alzò con calma.
Si preparò come ogni giorno.
La stessa camicia.
Gli stessi gesti.
Lo stesso specchio.
Ma dentro non era lo stesso.
Non era stanchezza.
Non era nemmeno tristezza vera e propria.
Era qualcosa di più sottile.
Come se dentro di lui si fosse spostato qualcosa senza fare rumore.
Le stesse cose, gli stessi gesti, gli stessi volti…
ma guardati da un punto diverso.
E quella differenza, anche se piccola, cambiava tutto.
Marco, invece, quella mattina sarebbe partito per tornare a casa per qualche giorno.
Matteo e Luca scesero e presero servizio.
La clientela era diminuita.
Si vedeva nei tavoli più vuoti, nei tempi più lenti tra un’ordinazione e l’altra.
Insieme a Marco, anche altri della brigata sarebbero partiti a rotazione per qualche giorno.
Matteo non passò dal bar.
Non voleva incrociare lo sguardo di Irene.
Non aveva fatto nulla di male.
Eppure sentiva che era meglio così.
Non per paura.
Per rispetto.
Perché, in fondo, il suo cuore batteva ancora da quella parte.
Anche se tra loro c’era stato un allontanamento.
Se così si poteva chiamare.
Ma fu proprio Irene a venire in sala.
Lo cercò con lo sguardo e gli fece un cenno.
«Matteo, vieni un attimo.»
Si spostarono in disparte.
«È successo qualcosa?» chiese lui.
«No,» rispose lei.
Lo disse con calma, ma negli occhi c’era un’ombra che non riusciva a nascondere.
«Stamattina parto anch’io. Qualcuno viene a prendermi.»
Fece una pausa, breve.
«Appena torno si ricomincia. E anche alla grande, mi raccomando.»
Provò a sorridere.
Poi, come sempre, senza preoccuparsi di chi potesse vedere, si avvicinò e lo baciò sulle labbra.
Un bacio breve.
Ma per Matteo fu abbastanza da fargli battere il cuore più forte.
Quando si staccarono, Irene non aggiunse altro.
E nemmeno lui.
Poi, come sempre, senza preoccuparsi di chi potesse vedere, si avvicinò e lo baciò sulle labbra.
Un bacio breve.
Ma per Matteo fu abbastanza da fargli battere il cuore più forte.
Per un attimo gli tornò tutto.
I giorni passati insieme, le parole non dette, le distanze che non avevano mai avuto un nome preciso.
Non era un ritorno.
Non era nemmeno un addio.
Era qualcosa che restava sospeso, come certe cose che non si riescono a chiudere davvero.
Quando si staccarono, Irene non aggiunse altro.
E nemmeno lui.
Eravamo a tavola per il pranzo.
Luca, seduto di fronte a me, alzò gli occhi verso l’ingresso.
«Sta arrivando Elena.»
Non feci in tempo a voltarmi che lei era già entrata.
Salutò tutti, uno a uno, con il suo modo diretto, senza fretta.
Poi arrivò per ultima al nostro tavolo.
Salutò Luca.
Poi guardò me.
«Alzati. Vieni con me.»
Non disse altro.
Mi alzai.
Davanti a tutti, senza esitazione, mi baciò sulle labbra.
Un bacio tenero.
Sicuro.
Non fece una piega.
Poi mi prese per mano.
«Andiamo.»
Scendemmo insieme.
Sotto, nella hall, vidi la direttrice parlare con due signori.
Capì subito.
Il padre e il fratello.
Elena si avvicinò e disse con naturalezza:
«Lui è Matteo. Abbiamo lavorato insieme sulle piste.»
Il padre mi guardò, annuì appena.
«Bene, bene. Si è fatto tardi. Dobbiamo andare.»
Salutò la direttrice.
A me strinse la mano.
Una stretta asciutta, corretta.
Elena mi abbracciò.
Un abbraccio semplice, quasi amichevole.
Poi si staccò.
La guardai allontanarsi.
Non si voltò.
E forse era giusto così.
Perché voltarsi avrebbe significato fermarsi.
E fermarsi, in quel momento, non era possibile.
Alcune partenze funzionano solo se non le accompagni troppo a lungo.
La direttrice mi guardò negli occhi.
«Matteo, tu sei una persona adorabile.»
Fece una breve pausa.
«Però lei appartiene a una famiglia… particolare. Nemmeno io, a volte, accetto certe cose. Ma questa è la realtà.»
Non aggiunse altro.
Quelle parole mi rimasero dentro.
Non come un rimprovero.
Come un limite.
Annuii.
«Grazie.»
Poi risalii in sala.
Il pomeriggio Matteo tornò in camera.
Era stanco.
Non solo nel corpo.
Appoggiò la giacca sulla sedia, si tolse le scarpe senza neppure slacciarle del tutto.
«Luca, svegliami tu per il servizio,» disse piano.
Lui lo guardò un momento, capì senza fare domande.
«Vai tranquillo.»
Matteo si stese sul letto vestito.
Chiuse gli occhi.
Non pensò a niente.
O forse a tutto insieme.
Il corridoio era silenzioso.
Marco era già partito.
Irene anche.
Elena se n’era andata da poche ore.
La stanza sembrava più grande.
Si addormentò di colpo, come un ghiro.
Senza sogni.
Quando Luca lo svegliò era già quasi buio.
«Oh… servizio.»
Matteo si alzò lentamente.
Si lavò il viso con acqua fredda.
Si guardò allo specchio.
Gli occhi erano normali.
Solo un po’ più fermi.
Il servizio passò senza scosse.
Meno clienti.
Meno rumore.
Meno risate.
La sera scesero insieme in discoteca.
Non era affollata.
Qualche tavolo occupato, musica più bassa del solito.
Si sedettero con la direttrice.
Lei ordinò da bere per tutti.
«Alla stagione,» disse sollevando il bicchiere.
Matteo fece un mezzo sorriso.
Bevvero piano.
Qualche parola leggera.
Nessun accenno a partenze o ritorni.
La musica continuava, ma sembrava lontana.
Dopo poco, Matteo si alzò.
«Io vado.»
Luca annuì.
Salirono insieme.
In camera, il silenzio era pieno.
Matteo si sdraiò.
Quella notte non si addormentò subito.
Ma non cercò nemmeno di farlo.
Chi fa questo mestiere lo sa.
Le stagioni non portano solo lavoro.
Portano persone.
E le persone, prima o poi, ripartono.
Succede ogni anno.
Arrivi che non conosci nessuno.
Poi condividi turni, risate, silenzi, stanchezza, confidenze dette a metà.
E quando ti abitui, qualcuno prepara la valigia.
Non è cattiveria.
Non è ingiustizia.
È il lavoro.
Chi vive di stagioni impara a non trattenere troppo.
Impara a salutare senza fare rumore.
Impara che certi legami non si rompono: semplicemente cambiano posto.
All’inizio fa male.
Sempre.
Poi capisci che fa parte del ritmo.
C’è chi resta.
C’è chi torna.
C’è chi non si rivede più.
Eppure ogni incontro lascia qualcosa.
Per fortuna c’è il tempo.
Il tempo non cancella.
Mette in ordine.
Sistema i ricordi dove devono stare.
Ridimensiona le promesse.
Smussa gli angoli delle delusioni.
E ti prepara alla stagione successiva.
Perché quando scegli una vita così, scegli anche questo.
Le partenze.
E la capacità di ricominciare.


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