Quando l’arbitro canta

C’è un momento, in ogni sistema democratico, in cui il problema non è più ciò che si dice, ma chi lo dice.

Negli ultimi giorni abbiamo visto immagini che hanno fatto discutere: magistrati riuniti, non in un’aula di tribunale ma in un contesto pubblico, mentre intonavano un canto che appartiene alla storia, alla memoria, alla cultura politica di questo Paese.

E sia chiaro subito:
il problema non è la canzone.

Le canzoni, per loro natura, sono libere.
Appartengono alle persone, ai momenti, alle emozioni.
Possono unire, dividere, evocare ricordi, creare identità.

Il punto è un altro.

Il punto è il ruolo.

Chi indossa una toga non è un cittadino qualunque nel momento in cui esercita — o rappresenta — la funzione giudiziaria.
Non perché perda i propri diritti, ma perché ne assume uno più grande:
quello della terzietà.

La giustizia, per essere credibile, non deve solo essere imparziale.
Deve apparire imparziale.

E qui si apre il vero confine.

Non è una questione di destra o sinistra.
Non è una questione di simpatia o antipatia verso una canzone.

È una questione di fiducia.

Perché se chi deve giudicare viene percepito come parte di un coro, anche solo simbolicamente, qualcosa si incrina.

Non nei codici.
Non nelle sentenze.

Ma nella percezione.

E la giustizia vive anche — e forse soprattutto — di percezione.

Un cittadino che entra in un’aula di tribunale deve poter pensare una cosa sola:
che chi lo giudicherà non ha bandiere, non ha cori, non ha appartenenze visibili.

Solo legge.

Solo equilibrio.

Solo responsabilità.

Quando questo equilibrio si sfuma, anche solo per un momento, il rischio non è lo scandalo.
È qualcosa di più sottile.

È l’abitudine.

L’abitudine a vedere ruoli che si confondono.
Confini che si spostano.
Simboli che diventano messaggi.

E allora la domanda non è più “si può cantare o non si può cantare”.

La domanda è:

quanto può permettersi di esporsi chi è chiamato a restare sopra le parti?

Perché alla fine il problema non è la canzone.

È chi tiene il microfono.
E chi, nello stesso tempo, tiene il martello.


Commenti

Rispondi

Scopri di più da Sotto il Cielo

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere