14 -Undici inverni di distanza

Resto qui

Matteo avrebbe dovuto tornare a casa quando sarebbe rientrato Giulio.

Era quello il giro.

Prima partiva Marco, poi Luca.
Poi, al suo rientro, sarebbe toccato a lui.

Ma quando si avvicinò il momento, Matteo capì che non voleva muoversi.

Non fece grandi ragionamenti.

Semplicemente, restò.

Quando Luca preparava la valigia disse:

«Io scendo giù domattina. Quando torno tocca a te.»

Matteo annuì.

«Vediamo.»

Luca lo guardò.

«Vediamo cosa?»

«Vediamo.»

Non c’era sfida.
Non c’era mistero.

Solo una possibilità aperta.

I giorni passarono. Luca partì. L’albergo continuava a vivere. Irene continuava a esserci.

Quando arrivò la settimana in cui, secondo il giro, sarebbe toccato a Matteo, lui non fece la valigia.

Non telefonò a casa per annunciare l’arrivo.

Non spiegò niente a nessuno.

Rimase.

Irene lo capì prima ancora di chiedere.

«Non vai?» disse una sera.

«No.»

«Perché?»

Matteo la guardò con semplicità.

«Perché resto.»

Non era una promessa.
Non era un sacrificio.

Era una scelta di presente.

Chi fa le stagioni lo sa: si parte, si torna, si riparte. Ma a volte si può anche restare.

E dentro quella stagione, per Matteo, c’era lei.

Il loro legame diventava sempre più forte.

Non per grandi dichiarazioni.
Non per promesse.
Ma per presenza.

Quando Luca tornò, come da giro stabilito, sarebbe toccato a Matteo prendere i suoi giorni.

E li prese.

Ma non per tornare a casa.

Non fece la valigia per scendere a valle.
Non prenotò il treno.
Non avvisò nessuno.

Prese quei giorni per restare lì.

Irene, a sua volta, aveva ancora giorni disponibili. Era rientrata prima del previsto e le erano rimasti addosso come tempo sospeso.

Li prese anche lei.

Così, senza dirlo troppo in giro, si ritrovarono con giorni liberi nello stesso momento.

Non era un piano studiato.
Non era una fuga.

Era solo un modo per allungare ciò che stavano vivendo.

L’albergo continuava a lavorare.
Gli altri salivano e scendevano in turno.

Loro, per qualche giorno, non avevano orari.

E quei giorni non avevano il sapore della vacanza.

Avevano il sapore della scelta.

Quella settimana fu una settimana di sole.

Si partiva la mattina verso le nove. Irene, che non sciava, si fermava in cima alla baita e restava lì a prendere il sole. Matteo invece scendeva in pista. Ma a ogni giro si fermava da lei.

Si abbracciavano come giovincelli, senza preoccuparsi di chi li guardasse.

Si divertivano con poco.

Il loro gioco preferito? Le palle di neve.

Bastava uno sguardo, una provocazione, e partiva la rincorsa. Irene lanciava per prima, quasi sempre. Matteo fingeva di cadere, poi si rialzava e la inseguiva tra le risate. La neve entrava nei guanti, nei capelli, dentro il collo del maglione.

Non importava.

Ridevano.

Ridevano come se non ci fosse altro da fare.

A pranzo Matteo faceva un paio d’ore di sosta. Si sedeva accanto a lei, toglieva gli sci e restavano lì, al sole, con qualcosa di semplice da mangiare e le guance arrossate dal freddo.

Il pomeriggio invece si scendeva prima.

Non restavano in quota fino a tardi: scendevano subito a valle, dove rimanevano fino a notte. Una passeggiata in paese, un caffè, qualche risata con chi incontravano per strada.

Non avevano programmi.
Non avevano orari.

Si lasciavano portare dalla giornata.
Poi decisero di restare a valle.

Una sera dormirono in una pensione piccola, con i corridoi stretti e la moquette consumata. La signora alla reception li guardò senza fare troppe domande. «Una notte?» chiese soltanto.

«Una notte» rispose Matteo.

La camera era essenziale: letto matrimoniale, armadio in legno scuro, una finestra che dava sulla piazza del paese. Dalla finestra si vedeva la luce arancione dei lampioni riflettersi sulla neve.

Mangiarono in una trattoria lì vicino. Niente di speciale: polenta, speck, un bicchiere di vino rosso. Irene si sporcò il naso con la polenta e Matteo glielo fece notare ridendo.

«Sei elegante» disse.

«Sempre» rispose lei.

Camminarono nella piazza quasi deserta, le mani nelle tasche per il freddo. Ogni tanto si fermavano senza motivo, solo per guardarsi. Non c’era fretta di tornare in camera. Non c’era fretta di niente.

La mattina dopo si svegliarono con la luce che entrava dritta sulle coperte. Matteo si alzò per primo, scostò la tenda. La neve durante la notte aveva coperto ogni cosa, come se il mondo avesse deciso di ricominciare da capo.

«Dove andiamo oggi?» chiese Irene ancora sotto le coperte.

«Dove non siamo mai stati» rispose lui.

Salirono in macchina con i finestrini ancora appannati. Irene disegnò un cuore sul vetro con il dito, poi lo cancellò subito ridendo.

La strada verso Passo Sella era un nastro bianco tra le rocce. Il cielo limpido, l’aria fredda che entrava quando abbassavano un poco il finestrino. Ogni tanto Matteo allungava la mano verso di lei, solo per sentire che era lì.

A mezzogiorno si fermarono in un rifugio. Tavoli in legno, odore di legna bruciata, sci appoggiati all’esterno. Non avevano fame vera, ma si sedettero lo stesso.

«Stiamo facendo una cosa da matti» disse Irene guardando fuori.

«Perché?»

«Perché sembra che non esista altro.»

Matteo la guardò serio per un momento.

«Adesso non esiste altro.»

Non era una frase da film. Era una constatazione.

Il pomeriggio scesero verso Bolzano. Le curve si facevano più larghe, la neve meno spessa. La città sembrava lontana anni luce dall’albergo, dalle divise, dai turni.

Camminarono sotto i portici. Irene entrò in un negozio solo per guardare una sciarpa che non avrebbe comprato. Matteo la osservava muoversi tra gli scaffali come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Si sedevano sui gradini, parlavano di nulla. Di un cliente strano. Di una collega che parlava troppo. Di una canzone sentita alla radio.

Non parlarono mai di dopo.

Non dissero: “Quando finirà?”
Non dissero: “E poi?”

Perché lo sapevano.

La stagione avrebbe deciso.

Una sera tornando da San Martino di Castrozza si fermarono in un punto panoramico. Il paese sotto sembrava un presepe acceso. Restarono in macchina senza scendere.

«Ti ricorderai di questi giorni?» chiese Irene piano.

Matteo non rispose subito. Guardava le luci, il fiato che appannava il vetro.

«Non si dimenticano le cose vere» disse infine.

Irene non aggiunse altro.

Non serviva.

In quei giorni non c’erano drammi, non c’erano dichiarazioni solenni. C’era solo la vita che scorreva più lenta. La sensazione di essere giovani nel modo giusto. Di potersi permettere di non decidere tutto subito.

E forse la fiaba stava proprio lì.

Non nei luoghi.

Non nelle strade.

Ma nella libertà di vivere senza chiedere al tempo di fermarsi.

Perché sapevano che non si sarebbe fermato.

E proprio per questo lo attraversavano così, senza risparmiare niente.


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