
Capitolo 15 – Il Rientro
L’ultima sera si fermarono per la notte a Predazzo.
Dopo aver cenato in una trattoria del centro, uscirono a passeggiare.
L’aria era fredda ma non tagliente, il cielo limpido. Le luci del paese si riflettevano sulla neve compatta.
Camminando senza meta arrivarono in una piazza.
Alcuni ragazzi avevano acceso un fuoco in un bidone di metallo e stavano lì intorno a cantare. Qualcuno batteva le mani, qualcuno teneva il ritmo con i piedi.
Matteo e Irene si avvicinarono per ascoltare.
Uno dei ragazzi li notò.
«Venite, avvicinatevi!»
Li invitarono a bere un brulè. Accettarono volentieri. Il bicchiere caldo tra le mani, il profumo di vino e spezie che si mescolava al fumo del fuoco.
Dopo un po’ uno di loro chiese:
«Voi suonate?»
Matteo sorrise.
«Io la fisarmonica.»
«Fisarmonica?» rispose il ragazzo. «Sei capace?»
Irene intervenne ridendo:
«Mah… se la cava.»
Dopo dieci minuti quel ragazzo tornò correndo con una fisarmonica in mano.
«Allora vediamo.»
Matteo la prese quasi con rispetto. La aprì piano, provò due note, poi partì.
Prima un valzer.
Poi un altro, più allegro.
Poi una tarantella.
La piazza si accese.
Qualcuno cominciò a ballare. Le mani battevano a tempo. Le voci si alzarono sopra il crepitio del fuoco. Il freddo sparì.
Che serata.
Irene sprizzava gioia da tutte le parti. Rideva, batteva le mani, girava su se stessa trascinando qualcuno nel ballo. Ogni tanto guardava Matteo con un’espressione che diceva tutto.
Non c’era più albergo.
Non c’erano turni.
Non c’era stagione.
Solo musica.
Suonarono per un’ora, forse due. Il tempo si sciolse nel calore del fuoco e nelle note che si rincorrevano.
Quando finalmente si fermarono, qualcuno gli diede una pacca sulla spalla.
«Bravo!»
Matteo restituì la fisarmonica con un sorriso stanco ma felice.
Andarono a dormire molto tardi.
La stanza era silenziosa, il rumore della festa ormai lontano.
«Che serata» disse Irene, sfilandosi le scarpe.
«Eh.»
Si sdraiarono senza parlare troppo.
La mattina si poteva dormire. Dovevano rientrare, ma senza fretta.
La vacanza era finita.
Non con tristezza.
Con pienezza.
Ed era proprio questo a renderla indimenticabile.
La mattina si svegliarono tardi.
La luce entrava forte dalla finestra e disegnava una linea chiara sulle coperte. Per qualche secondo nessuno dei due si mosse. Era quel momento sospeso tra il sonno e la realtà, in cui non sai ancora che giorno è.
Poi tornò tutto.
Il paese.
La piazza.
La musica.
Il rientro.
«Andiamo?» disse Matteo piano.
Irene annuì.
Fecero colazione in un bar sotto l’albergo. Caffè caldo, brioche ancora tiepida. Non parlarono molto. Non perché mancassero le parole, ma perché non servivano.
La macchina imboccò la strada in salita.
Le curve si susseguivano lente. La neve ai bordi era meno bianca rispetto ai giorni prima, segnata dalle ruote e dal passaggio continuo. Il cielo era più velato.
Salivano.
Man mano che si avvicinavano, l’albergo tornava a essere quello di sempre: le divise, i turni, i clienti, le chiavi alla reception.
Matteo parcheggiò.
Per un attimo rimasero seduti in macchina senza scendere.
Non era malinconia.
Era il passaggio.
Irene scese per prima.
«Ci vediamo su» disse semplicemente.
Ognuno salì verso la propria stanza. Le scale sembravano più strette, i corridoi più rumorosi.
Matteo si fermò un istante davanti alla porta della sua camera. La aprì.
Dentro era tutto uguale a prima.
Eppure lui no.
Posò le chiavi, si sedette sul letto. Sentiva ancora addosso l’odore del fumo del fuoco, il suono della fisarmonica nelle mani.
Non avevano promesso niente.
Non avevano deciso niente.
Ma avevano vissuto.
E adesso si tornava dentro la stagione.
Marco e Luca aspettavano il suo ritorno.
«Eccolo!» disse Luca appena lo vide entrare. «Il ritorno del figliol prodigo.»
«Adesso devi raccontare che cavolo hai fatto e dove sei stato» aggiunse Marco con finta severità.
Matteo rise.
Ormai non c’era più niente da nascondere. E, sinceramente, non ne aveva voglia. Era felice come non mai.
Si sedette e raccontò.
Raccontò della settimana al sole, delle strade bianche, delle soste improvvisate. Raccontò della sera a Predazzo, del fuoco acceso in piazza, del brulè caldo tra le mani. Raccontò della fisarmonica, dei valzer e delle tarantelle.
«E lei?» chiese Luca.
Matteo sorrise.
«È felice come lo sono io.»
Non serviva altro.
Nel pomeriggio riposò davvero.
Non era stanchezza.
Era quella sensazione di chi ha vissuto qualcosa fino in fondo.
La sera, a cena, si incontrò con lei. Si sedettero allo stesso tavolo insieme a Marco e Luca. L’atmosfera era leggera, quasi complice. Ogni tanto qualcuno faceva una battuta, ogni tanto qualcuno lanciava uno sguardo.
Si cenava.
Si rideva.
Dopo cena Marco e Luca andarono per il dinner, mentre Matteo e Irene scesero allo Scoiattolo.
Si fermarono un attimo davanti all’ingresso.
«Ti ricordi?» disse Matteo indicando il punto vicino alla porta.
Irene guardò la neve battuta e scoppiò a ridere.
«Come no.»
Quella sera era scivolata proprio lì. Il piede era partito all’improvviso e aveva perso l’equilibrio. Matteo l’aveva afferrata per un braccio un secondo prima che finisse a terra.
«Stavo per fare un bel volo» disse lei.
«Ti ho presa al volo» rispose lui.
«Per fortuna.»
Si guardarono e risero.
Era stato un attimo piccolo, quasi insignificante.
Ma era lì che qualcosa aveva cominciato a muoversi tra loro.
Entrarono nello Scoiattolo.
E questa volta non c’era nessun rischio di scivolare.
Tornarono in albergo come due innamorati.
Camminavano vicini, senza parlare molto. Bastava la presenza.
Salirono in camera da lei. La porta si chiuse piano alle loro spalle.
Per qualche minuto fecero gli esercizi, quasi per abitudine. Le dita sui tasti, qualche parola detta per scherzo, un sorriso trattenuto.
Ma l’attenzione non era lì.
Era altrove.
Si guardarono.
Non c’era fretta. Non c’era bisogno di dimostrare nulla. Solo quella complicità che si era costruita giorno dopo giorno.
Si avvicinarono lentamente.
E in un certo senso, era sempre la prima volta.
Si amarono con naturalezza, senza eccessi, senza parole inutili.
C’era feeling.
C’era passione.
C’era fiducia.
C’era tutto.
E in quel tutto non c’era solo desiderio.
C’era la certezza di essere lì, nello stesso momento, nello stesso tempo.
Quando più tardi rimasero in silenzio, uno accanto all’altra, non servivano spiegazioni.
Non era più leggerezza.
Era profondità.
Non tornò in camera sua troppo tardi.
Il giorno dopo si ricominciava.
Si rivestì con calma. Un ultimo sguardo, un mezzo sorriso.
«Domani si lavora» disse lei.
«Domani si lavora» ripeté lui.
Si incamminò nel corridoio in silenzio. L’albergo era già più quieto, qualche porta che si chiudeva, passi lontani.
In camera trovò Marco e Luca ancora svegli.

«Allora?» fece Luca.
«Allora niente» rispose Matteo sorridendo.
Due chiacchiere come sempre. Una battuta, una risata leggera, il racconto accennato della serata allo Scoiattolo.
Poi ognuno nel proprio letto.
«Buona notte.»
«Buona notte.»
La stagione ricominciava.
E loro erano pronti.


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