10 -Undici inverni di distanza

Capitolo 10 – Tra due sguardi e una sveglia alle sette

Quando il cuore corre, ma il tempo chiede pazienza

Matteo si svegliò felice.
Come non gli capitava da tempo.

Aveva baciato la ragazza più desiderata dell’albergo.
Non era più solo un gioco di sguardi o battute al finestrone.
Era successo davvero.

Eppure, insieme a quella felicità, c’era un pensiero fisso.

Irene.

Tra sé e sé diceva:
Mi ha detto che non sono per lei. Che sono troppo giovane. Che non vado bene.
Però poi mi cerca.
Mi chiede.
Mi guarda.
Mi bacia.

E allora cosa devo pensare?

Scese in sala ancora con quel groviglio in testa.

Poi, mentre sistemava i tavoli, si disse:

Oggi è un’altra giornata. Prendiamo quello che viene.

Era il modo più semplice per non impazzire davvero.

Dalla settimana successiva il lavoro sarebbe calato.

Le vacanze natalizie stavano finendo.

Gli impianti avrebbero continuato, certo, ma senza quell’assalto continuo.

Si parlava già dei turni di riposo.

Marco, ad esempio, il giorno 7 sarebbe partito per fare una settimana a casa.

Poi sarebbe toccato a Luca.

E verso fine mese sarebbe andato Matteo.

All’inizio aveva pensato di non andare.

Rimanere lì.

Sciare un po’.

E magari stare un po’ più vicino a Irene.

Ma vista la situazione… forse era meglio partire anche lui.

Staccare.

Tornare a casa.

Mettere distanza.

Perché in quel momento non era il lavoro a stancarlo.

Erano i pensieri.

Matteo andava al bar il meno possibile.

Non per scortesia.

Per strategia.

Cercava di evitare di trovarsi con Irene ed Elena nello stesso momento.
Non voleva incrociare sguardi, né spiegare silenzi.

Il pomeriggio, però, alle 15 scendeva sempre.

E Elena era già lì ad aspettarlo.

Appoggiata al banco, come se avesse contato i minuti.

Quel giorno gli disse subito:

«Ho telefonato a casa. Ho chiesto se posso rimanere qualche giorno in più. Sto aspettando una risposta.»

Poi lo guardò seria, ma con gli occhi che brillavano.

«Voglio rendere questo soggiorno il più lungo possibile.»

Il pomeriggio era diventato uno spasso.

Si andava d’amore e d’accordo.

Un feeling pazzesco.

Il legame si rafforzava a vista d’occhio.

Lavoravano in sintonia.

Uno capiva l’altro senza bisogno di parlare.

Bastava uno sguardo.

Tra un “prego” e un “bitte”, tra il vapore del brulè e il freddo che pizzicava il viso, si infilavano piccole frasi, risate, tocchi leggeri.

Poi, a un certo punto, Elena disse:

«Dopo la Befana possiamo andare a sciare insieme.»

Matteo la guardò.

«Certamente.»

Lei si accese.

«Si parte la mattina alle 8.30. Io preparo panini e due birrette per la colazione.»

Sorrise.

«Questa non la facciamo in baita. La facciamo seduti fuori pista, nel punto più alto.»

Fece un gesto verso la cima.

«Poi pranzo in baita… e poi a sciare fino a sera.»

Si fermò un attimo.

«Sarà bellissimo. Ci divertiremo.»

Matteo la guardava mentre parlava.

Entusiasta.

Libera.

E per un attimo gli sembrò tutto semplice.

Come se bastasse dire sì.
Appena gli sciatori diminuivano…

rientravano infreddoliti al bar.

Le mani arrossate, il fiato ancora corto per il freddo.

Cioccolata calda per lei.
Punch caldo per Matteo.

Lui sceglieva sempre un tavolo laterale, di lato al bancone.
Un posto un po’ defilato.
Abbastanza vicino per non sembrare nascosti, abbastanza lontano per non essere troppo osservati.

Il feeling si notava.

Era evidente.

Negli sguardi.

Nel modo in cui si parlavano.

Nel modo in cui ridevano.

E questo, a Matteo, non faceva proprio piacere.

Non perché non gli piacesse lei.

Ma perché sapeva che in un albergo le cose si vedono.
E si commentano.

Però… chi se ne frega.

Dopo la discoteca, toast e birretta da bere a canna erano diventati un rito.

Un appuntamento tacito.

Il finestrone.
La neve fuori.
La birra che scendeva veloce.
Il silenzio intorno.

Ma le conversazioni cambiavano.

Diventavano più intime.

Meno battute.

Più verità.

Si parlava di famiglie.
Di paure.
Di sogni.

Elena non era più solo la baronessa ironica.

Matteo non era più solo il terrone cameriere.

E ogni sera quel confine si faceva un po’ più sottile.

Elena gli disse:
«Matteo, sei felice?»

Lui sorrise appena.
«E come potrei non esserlo? Cosa può desiderare di più un cameriere terrone?»

Lei scoppiò a ridere.
«Sciocco. È tardi, accompagnami. Si va a letto.»

«Andiamo a letto?» rispose lui con un mezzo sorriso.

«Sì… ma ognuno per conto suo.»

«Ah. Allora avevo capito male.»

Elena gli prese la mano.
«Dai, vieni.»

Salirono insieme. Aprì la porta, entrò e si voltò verso di lui.
«Dai, entra.»

Matteo non se lo fece ripetere.

La stanza era silenziosa, con quella luce morbida che rende tutto più vicino. Eva si avvicinò. Matteo la abbracciò e la baciò.

Non era il bacio della sera prima.

C’era meno sorpresa e più consapevolezza.
Meno timidezza e più desiderio.

Le mani di Matteo scivolarono oltre, cercando qualcosa che non era soltanto pelle, ma conferma. Per un attimo sembrò che il tempo si fermasse.

No. Non sembrò. Si fermò davvero.

Elena allora lo guardò negli occhi.
«Matteo… su, da bravo. Andiamo a nanna.»

Lo disse piano, senza durezza. Non era un rifiuto. Era una scelta.

Poi lo baciò di nuovo, più lentamente.
«Siediti un po’…»

Gli prese il viso tra le mani.
«Non avere fretta. Lascia che le cose vadano da sole. Non roviniamo questi giorni bellissimi correndo.»

Matteo abbassò lo sguardo, poi sorrise. Aveva capito.

Non era il momento di prendere.
Era il momento di custodire.

«Baronessa, ai suoi ordini» disse con un mezzo inchino teatrale.

Lei rise piano.

Si congedarono così, con un ultimo sguardo che prometteva più di qualunque gesto.

E quella notte, ognuno nel proprio letto, il sonno arrivò lento.
Non per stanchezza.
Per felicità.

Matteo tornò in camera che erano quasi le due.

Si fermò un attimo sulla soglia.
«Cavolo…» mormorò. «Marco e Luca non sono ancora rientrati.»

Si tolse le scarpe, si sedette sul letto e rimase un momento a pensare. Non spense la luce.
«Tanto stanno per tornare…» disse tra sé.

Ripensava a Elena.
Alle sue attenzioni.
Al modo in cui lo aveva guardato.
A quel bacio diverso.

Non era stato solo un gioco.
C’era qualcosa di più.

Proprio in quel momento si sentì la porta aprirsi.

«Ohhh! ci siete!!!!»
«E poi sono io che faccio tardi!»

Marco e Luca entrarono ridendo.

«Allora? Raccontate!»


«Dai, forza!»

Matteo cercò di fare il serio, ma non ci riuscì.
Scoppiarono a ridere tutti e tre, come solo tre veri amici sanno fare, senza bisogno di spiegazioni.

Qualche battuta, qualche presa in giro, il solito teatro della camerata.

Poi la luce si spense.

Perché la sveglia non aspetta.
E il lavoro… ancora meno.


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